Se cambi abito e opinioni è ora di cambiare partner

Quel giorno che, nello specchio, trovi occhi diversi, svuotati, estranei. Quel giorno che ti domandi quando hai preso tu l'iniziativa, la decisione, l'ultima volta: e ti sei accorto che non lo sai. Quel giorno che il sorriso, il gusto di vivere di qualcun altro è diventato il tuo progetto. E infine, quello in cui hai compreso che ti stavi facendo troppe domande: e hai pensato di prendere carta e penna, e fermarti a dieci. Come i comandamenti. Come le regole che, stilate da esperti della coppia e raccolte dall'Huffinton Post America, ci aiutano a capire se la relazione col nostro partner non fa più per noi.
Secondo Virginia Gilbert, terapeuta della coppia, ecco il primo sintomo del crac: «Guai a cambiare valori, opinioni e abbigliamento per soddisfare il compagno o la compagna». Trasmettere messaggi nuovi, che non condividiamo, ma che pensiamo avere più appeal agli occhi del partner, è un sacrificio che l'amore non dovrebbe mai chiederci.
E perché parenti, amici, società intera «pensano sempre male di noi»? Una congiura, l'equivoco macroscopico di due persone fatta l'una per l'altra, ma che nessuno capisce? Non proprio. Secondo lo psicologo M. Gary Neuman, la fatica di spiegare a tutti che il partner, anche se non lo dà a vedere, è molto adatto a noi e ci rende felici, è un'altra pessima avvisaglia. Per quanto ci ferisca, il «giudizio negativo» che si crea all'esterno può essere il segno spassionato e chiaro che siamo noi a sbagliarci. E che il nostro rapporto non funziona.
Poi c'è una beffa. Il giudizio degli altri, siano cento o mille, ci mette sulla difensiva. Quello del nostro partner, invece, è lo sguardo censore e inviato dal cielo al quale dobbiamo sempre adeguarci. E se, giorno dopo giorno, le sue critiche diventano sfrontate, non temono la nostra rabbia, malinconia, il dolore profondo: se riducono al torsolo la nostra autostima, ecco il terzo segno di ruggine del nostro amore. Quando c'innamoriamo di qualcuno, la vita insieme dovrebbe essere energia nuova in cui rilucono le nostre virtù: non, uno per uno, i nostri difetti.
Pessimo segno è chiedersi cosa stia combinando lui (o lei) quando non ci siamo. Non lo conosciamo abbastanza? Abbiamo timore di soffocarlo? E perché lui (o lei) non hanno la stessa soggezione? Altri due segni nefasti - secondo la lista americana - sono questi: non avere idea di quali spazi il partner viva in autonomia (e aver paura di verificarli), e sentire che la nostra autonomia, invece, si riduce di giorno in giorno. Cosa faccia lui è un mistero: noi, invece, non abbiamo più ossigeno né tempo utile, al di fuori della coppia.
Il timone è sempre nelle sue mani. Lui/lei è l'ago della bilancia. Il suo umore, le sue voglie, le sue cupezze, stabiliscono la qualità del rapporto. Si fa qualcosa se lui, il «capo», ne ha il desiderio. La parola «decisione» è appannaggio solo suo. Anche sotto le lenzuola, dove il desiderio si è raffreddato e il dialogo si è spento.
Ogni bisogno è soppresso, ogni languore giustificato. Ma per chi? Per qualcuno che ci controlla e sottopone a critica chiunque frequentiamo, qualunque cosa ci piaccia. Qualcuno che si sente minacciato da noi, e ci demolisce in una sottile guerra preventiva. Ecco perché - dicono oggi gli americani - stiamo lì a chiederci cosa possiamo fare per renderlo più felice: così, di riflesso, saremo felici noi. Ecco perché la maggior parte del nostro tempo, anziché piacevole costruzione di qualcosa, è un esame triste e gelido, una mappa di punti interrogativi. Il decalogo finisce proprio così: «Vi chiedete spesso se qualcosa non va?». Le domande tormentano, ma costano meno delle risposte. I segni dell'infelicità possono essere meno di dieci, e valerne un milione. La vita, invece, resta una e unica: e nessuna ragione di svenderla.