«Se l’Europa si impegna il pareggio di bilancio può slittare di un anno»

Spostare il pareggio di bilancio, come ha proposto Renato Brunetta, per favorire la ripresa: è un’ipotesi praticabile?
«Certo non semplicissima: io però credo che a determinate condizioni si possa fare, allineando la situazione italiana a quella di altri Paesi. Senza rinunciare all’indispensabile ridimensionamento della spesa pubblica, incidendo sulle sacche improduttive, si può alleggerire molto selettivamente la pressione fiscale sul lavoro, favorendo gli investimenti e, se possibile, intervenire sull’Imu, a favore delle famiglie. L’operazione però deve essere accettata e condivisa a livello europeo, attraverso un impegno formale e irrevocabile».
Quello tra crescita e rigore non è dunque un matrimonio impossibile?
«Più che di crescita, preferirei parlare di incentivi alla crescita. Certo un solo Paese non può risolvere i problemi globali, ma gli interventi di cui abbiamo parlato possono essere uno stimolo alla fiducia».
In questo contesto, la Bce dovrebbe cambiare ruolo?
«Ma in un certo senso l’ha già cambiato, mettendo in atto operazioni di rifinanziamento del sistema bancario che, pur rispettando lo statuto, in sostanza vanno al di là di un’interpretazione rigidamente teutonica del ruolo della banca centrale. Non doveva farlo? Tutt’altro: l’operato di Draghi è stato ottimo e ha evitato guai peggiori».
Quindi la Bce dovrebbe diventare come la Fed?
«La Banca centrale di un grande sistema economico come Eurolandia deve avere quella flessibilità, ovviamente governata con intelligenza, che ha la banca centrale americana, quindi essere prestatore di ultima istanza e, se necessario, dovrebbe poter stampare moneta. Ma c’è una differenza importante tra Europa e Stati Uniti».
Quale?
«La Fed ha come suo corrispettivo un Tesoro federale che emette titoli di Stato federali. La Bce invece ha davanti a sé 17 diverse emissioni di titoli di Stato: ci vorrebbero gli Eurobond, emessi da un fondo finanziario europeo».
E come dovrebbero funzionare?
«Dovrebbero anzitutto sostituirsi al mercato per una parte del debito nazionale. Un’operazione vantaggiosa, perché il fondo non è un operatore speculativo, quindi si comporterebbe da creditore paziente e non nevrastenico, portando i titoli a scadenza con interessi contrattati all’emissione, senza questi sbalzi continui. Si potrebbero anche studiare operazioni graduali di ammortamento del debito: un po’ come fanno le famiglie che rinegoziano il mutuo con la banca, rimborsando di più quando hanno maggiori entrate e viceversa. Inoltre potrebbero avere anche un ruolo attrattivo nei confronti degli investitori esteri».
In che modo?
«Si potrebbe creare un mercato di titoli di Stato europei sufficientemente grande da essere concorrenziale ai titoli di Stato americani, per raccogliere la finanza mondiale - penso soprattutto ai fondi sovrani - e fare investimenti. Certo, la Germania è contraria a questa operazione perché teme che se uno Stato non ripaga i debiti poi toccherebbe a lei».
E come si potrebbe convincerla?
«Io penso che ogni Stato dovrebbe conferire in pegno valori reali, come le riserve auree - di cui l’Italia è il terzo detentore al mondo - o azioni di società di reti di cui il Tesoro è detentore, come Snam Rete Gas. L’Italia in questo è largamente affidabile perché ha grandi risorse pubbliche, che sarebbero meglio utilizzate in questo modo piuttosto che attraverso le dismissioni».
Ma non è un rischio?
«Vorrei ricordare un precedente: nel 1973 l’Italia non riusciva più a ottenere crediti, e per avere un prestito dalla Germania ha dato in garanzia l’oro. Il debito è stato ripagato e l’Italia ha riportato a casa l’oro. Eppure erano anche quelli anni pesanti, benché non paragonabili a quelli attuali».
Dovremmo allora diventare un sistema federale?
«Può bastarne uno confederale, in cui si mettono in comune alcune sovranità, come abbiamo fatto con la banca centrale e la moneta unica, lo faremmo con una parte dei titoli di Stato».