Se il paradiso snob diventa periferia a rischio

Non c’è soltanto il Corvetto. E nemmeno Tor Bella Monaca. Non ci sono soltanto periferie abbandonate e violente, da abbattere e ricostruire. C’è anche Capri. L’isola non più del tesoro, dell’arte, della quiete, qui non si sana, sono metri quadrati di lusso e di risse, moltitudine di voci e di strilli. Dice: chiudiamo il sito, stabiliamo un numero fisso di partecipanti, turisti, abitanti, itineranti, ristabiliamo l’ordine, tot posti, tot persone. Balle. Aveva ragione Strabone, Capri era unita alla terraferma, infatti ha preso il peggio del continente, schiamazzi diurni e notturni, stupri, violenze verbali e fisiche, volgarità diffuse, la pandemia si è diffusa comunque e dovunque, stavolta è davvero «isole comprese». Il problema non è il numero degli sfollati, tali sembrano in certi momenti dell’anno, del giorno, delle ore, vestiti come pellegrini, sciatti, slabbrati, lerci, così come a Napoli o a Torino, a Milano e a Catania. Il problema non sono i tifosi muniti di tessera dentro uno stadio, se è feccia tale resta anche con carta di identità al seguito.
Capri come la Costa Smeralda, la Versilia o le riviere, ligure e romagnola, la costa Amalfitana e le marine di ogni dove, terre di conquista, bastano le gomme di un Suv parcheggiato sul marciapiede, un ombrellone conficcato tra gli scogli, immondizia lungo le strade, bar e ristoranti assaliti, sante chiese sconsacrate da zoccoli, hot pants, canottiere, telefoni cellulari con suonerie improbabili, vuvuzelas viventi. È il circo, bellezza, più gente entra, più animali ci sono. Capri cerca di difendersi ma si deve arrendere. Al posto della Bardot sfilano veline e velone smandrappate, non ci sono tracce di parenti e affini di Graham Greene o di Norman Douglas ma vanno in collezione primavera estate autunno inverno le istantanee di vip cotonati la cui ultima approfondita lettura è il menù del ristorante con vista panoramica. Il bel paese è un formaggio e non più lo Stivale come ci insegnavano a scuola, il maleducato vince, stravince, non accetta altri verdetti. Capri era ed è da salvare per la sua bellezza unica, come l’Italia devo dire, non per il frastuono delle discoteche. Urgono interventi immediati, rigorosi: i buttafuori devono essere trasferiti dai locali notturni alle piazze e ai vicoli, guardie in divisa e non, servizio di vigilanza continuo, dicesi ronde ma eviterei il paragone; non ci sono alternative anche se già sento puzzo di rivolta, gli intellettuali da asporto temono per la libertà dell’individuo, tremano all’idea che l’isola diventi una caserma, preferiscono che sia un saloon, come Napoli e Torino, Milano e Catania appunto, meglio la discarica dell’asilo.
Non c’è spazio in questo nostro bellissimo, purissimo, levissimo Paese che non sia inquinato quotidianamente dagli hooligans travestiti da vacanzieri o gitanti, non c’è muro che non sia graffiato e griffato, non c’è strada che non sia sconcia, non c’è giardino che non sia calpestato, Capri rientra nella statistica, l’isola che c’è e soffoca per l’invasione, gli scafisti scaricano di tutto, regolari e non, nel mese di agosto saltano le marcature, i regolamenti vengono sospesi, anche i semafori lampeggiano una luce sola, gialla come il colore della rabbia di chi è costretto a subire l’alveare impazzito. «Ma come si permette!» era una frase, un monito ormai lontanissimo nel tempo, si usava pronunciare, come una minaccia ma elegante, davanti a chi avesse tentato un’azione scorretta, sleale, incivile. Nessuno osa più usare quelle parole, c’è il timore che la lama di un coltello luccichi nel buio e poi finisca nella pancia, c’è la certezza che la reazione del cafone, carico di alcool, stupefacente nell’abito e nel corpo, la sua reazione, dicevo, sarebbe direttamente proporzionale al nostro disappunto. Scomparsa dalle materie scolastiche l’educazione civica, si è data alla macchia anche l’educazione e basta. Mancano i docenti ma la scolaresca se ne frega, i suoi libri di testo sono la televisione, lo stadio e internet, l’importante è farsi riconoscere, qui non si tratta di menare il can per l’aia ma di menare, stop.
A Capri si sono picchiati, a Capri hanno stuprato, a Capri accadrà di nuovo, ancora, come altrove, sul continente, lungo la penisola, al Corvetto e Tor Bella Monaca stappano spumante, non si sentono soli. L’estate sta finendo, gli italiani no, non lasciano, raddoppiano, arriva l’autunno caldo, l’isola si svuota, la mandria trasloca, transuma. Come a teatro, si replica. Senza applausi.