La seconda pelle di Vuitton e la ragazza della pioggia Miu

ParigiNel giorno del debutto di Nicholas Ghesquière da Louis Vuitton Miuccia Prada incanta Parigi con un'epocale sfilata Miu Miu. La sua ragazza che viene dalla pioggia con le calosce di plastica dal tacco a rocchetto, il minitailleur imbottito oppure di astrakan blu sotto all'imponente parka di lamè, riassume tutte le tendenze di stagione e in più mette allegria. Merito dei colori sotto «caramellosi» (rosino, giallino, azzurrino: le tinte dei bon bon) e sopra rubati alla cultura industriale con solide tonalità di grigio-asfalto o di blu-notte interrotte da bande gialle, rosse oppure verde: le tinte dei semafori. Una storia a parte meritano i capi laminati che hanno le stesse silhouette semplici e massicce ma sembrano più leggeri forse perché sotto tanto luccicore si nascondono meglio cappucci, lunghe zip, paraspalle e tiranti di chiusura: i dettagli dell'abbigliamento da outdoor. Lady Prada dice di aver lavorato soprattutto sulla giacca a vento che per lei è l'emblema della normalità cui bisognava trovare un'imbottitura nuova: non troppo «puffi puffi» (dice proprio così, parafrasando l'onomatopeico pouf pouf) ma anzi utilizzabile perfino per i piccoli tailleur. Il risultato è una moda per il prossimo inverno che sa di primavera piovosa e che ti fa capire perché questa piccola signora di Milano è la stilista più influente e copiata del mondo. Alla sfilata assistono due star che hanno appena vinto l'Oscar (Lupita Nyong'o e Jared Leto) ed è atteso ma non si presenta Marc Jacobs. Inevitabile pensare a lui che per la prima volta in 16 anni non è nel backstage di Louis Vuitton. Al suo posto c'è l'ex ragazzo che nel 1995, ad appena 24 anni, entrò nel reparto licenze di Balenciaga, due anni dopo venne nominato direttore creativo della storica griffe che ha riportato ai fasti di un tempo diventando uno dei designer più influenti della sua generazione fino al brutale licenziamento nel novembre 2012. Pare che Ghesquière abbia usato la disoccupazione per studiare i segreti del kimono (un corso molto zen in Giappone) e per riflettere sul suo mestiere. Così invece di parlare dopo la sfilata fa mettere su ogni posto a sedere una lettera in cui ringrazia i presenti e rende omaggio al suo predecessore («spero con tutto me stesso di poter onorare il suo lavoro per la maison»), racconta le sue sensazioni («Non ci sono parole... Provo un'immensa gioia di essere qui e di sapere che la mia espressione stilistica possa diventare tutt'uno con la filosofia di Vuitton») e soprattutto spiega dove vuole arrivare. «Creare qualcosa che possa essere considerato eterno non è l'ambizione di ogni stilista?» chiede nella lettera rispondendo sulla passerella con una bella collezione che ha per leitmotiv la pelle e i grandi classici rivisitati, ovvero quei capi che Francis Scott Fitzgerald chiamava «The old favourites», i pezzi preferiti del guardaroba. C'è lo scamiciato, la tuta, il caban in coccodrillo, le forme a trapezio e i pattern degli anni '70. Gli accessori sono divini a cominciare dalla nuova minaudiere chiamata Petite-malle perché ricorda una piccola valigia Vuitton alle scarpe con il tacco «umano». Discutibile il bauletto con un solo manico, ma per il resto il messaggio è chiarissimo: bella roba di lusso per un target più giovane. Invece Hermés non ha problemi di età perché tutte le donne del mondo, dai 9 ai 90 anni, potrebbero impazzire per il montone senza maniche, il tailleur pantalone di astrakan grigio, il maxi cappotto in feltro di yack lavorato a mano e i soli sandali da mettere con il calzino da uomo che conservano intatta la perfetta eleganza di una decolleté. Divina in tutto la sfilata di McQueen, ispirata dalla fiaba della Bella e la bestia con gli abiti-bambola che sembrano in pelliccia e sono coperti da rose di chiffon e quei divertenti scarponi da montanaro coperti di cristalli. «Molto inglese ma tutto fatto in Italia» dice Sarah Burton nel backstage facendoci commuovere perché dopo un mese di sfilate una persona gentile e ben educata ti sembra un sogno.