Il servizio pubblico chiuda questo pollaio

diNon sarà originale, trasgressivo, modaiolo e politicamente scorretto. Il buon senso lo è rarissimamente. Ma è difficile sostenere che servizio pubblico faccia rima con trash-tv. Se si vuole sposare un certo controcorrentismo programmatico, anch'esso una forma di conformismo emergente, si può affermare che chi paga il canone ha diritto di vedere qualche rissa da pollaio tra politici in cerca di repliche su Blob e YouTube. Oppure di assistere agli insulti e agli accapigliamenti tra qualche soubrettina in disarmo come fu quella tra Aida Yespica e Antonella Elia, in una famosa serata dell'Isola dei Famosi. Lo si può asserire, chissà fino a che punto credendoci, per il gusto di sorprendere e scandalizzare. Per la fregola di épater le bourgeois, magra soddisfazione. Preferisco rischiare di passare per moralista noioso e prevedibile. Proprio l'eliminazione de L'Isola dei Famosi dai palinsesti Rai fu uno dei fiori all'occhiello della gestione che ha preceduto l'attuale dirigenza di Viale Mazzini. Dopo le critiche all'uso dell'immagine televisiva della donna avanzate dalla presidente della Camera Laura Boldrini, anche il concorso di Miss Italia è finito in disgrazia. Ora la presidente della Tv di Stato Anna Maria Tarantola ribadisce che la linea della Rai è «evitare le volgarità, il cattivo gusto, gli eccessi e nello stesso tempo far divertire, essere innovativi».
Il sistema televisivo è ampio e variegato. I soggetti editoriali sono numerosi, ognuno con una propria identità da salvaguardare. Spesso quando, da spettatori, parliamo di programmi tv, tendiamo a tralasciare queste specificità, dimenticando le differenze tra servizio pubblico e televisioni commerciali. Che senso ha per un broadcaster di Stato inseguire i network privati sul terreno del gossip e dell'infotainment più frivolo? L'habitat editoriale dei retroscena del matrimonio di Belen o della seconda vita di Miley Cyrus non è il servizio pubblico. Un tempo Viale Mazzini rivendicava l'affidabilità della propria informazione. «L'ha detto la Rai», si ripeteva per suffragare una notizia sicura. E i dirigenti si vantavano di lavorare «nella prima azienda culturale del Paese». Questo patrimonio di autorevolezza è andato progressivamente scolorendo. Così come si è persa l'ambizione di realizzare una tv moderna e di qualità, ora delegata a pochi eventi isolati (Benigni, il festival di Sanremo, le sporadiche apparizioni di Fiorello). La corsa all'Audience ha preso il sopravvento sulla cura dei contenuti e sulla gelosia dell'identità. Avendo smarrito il senso della propria mission, la Rai si trova attaccata da Mediaset sul terreno dell'evasione, e da La7 e dalle reti all news sul fronte dell'informazione.
Giusto evitare che il servizio pubblico si abbassi a rovistare tra gli avanzi della tv spazzatura, tra voyeurismi, morbosità pruriginose e violenze verbali. Non può essere il trash a portare ascolti e a togliere i programmi dal rischio sbadiglio. Il servizio pubblico deve praticare la raccolta differenziata di generi e linguaggi. Anche a costo di perdere, temporaneamente, qualche punto di share. Ma togliere il trash non basta a realizzare automaticamente una tv di qualità. L'ecologia di generi e linguaggi è solo il primo passo. Una premessa positiva, ma non sufficiente. Dopo aver eliminato ciò che non va, occorre aggiungere ciò che va. Occorre cominciare a pensare in grande, volando alto, lontano dalla spazzatura. Per rinnovare una fiction troppo tradizionale e stagionata, in grado di proporre pochi titoli all'anno veramente contemporanei. Per reinventare un intrattenimento fermo a formule nostalgiche e superate. Per mettersi al passo con l'informazione nell'era digitale.