La Severino condanna la cultura del sospetto

RomaLe parole del Guardasigilli Paola Severino rimbombano nella chiesa dove si svolgono i funerali del consigliere del Colle, Loris D'Ambrosio, stroncato da un arresto cardiaco giovedì scorso. Parole che suonano come un'accusa a pm, stampa e «cultura del sospetto». D'Ambrosio era finito nelle intercettazioni di un'inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia e i riflettori s'erano accesi sulle sue telefonate, registrate e pubblicate, con l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino. Da qui i dubbi, i sospetti, le illazioni; e poi il cuore che non ha retto. La Severino attacca: «Negli ultimi giorni Loris D'Ambrosio ha molto sofferto. Non riusciva a capacitarsi come potesse essere accusato, con tanta veemenza, di aver voluto interferire su indagini in tema di mafia, proprio la materia che aveva costituito il centro di un suo impegno così intenso».
Il ministro, poi, graffia i giudici quando invoca «una seria meditazione sulla giustizia in Italia, sui danni che ad essa ed ai cittadini reca la cultura del sospetto, sul ruolo di una magistratura che sempre più deve riaffermare le proprie garanzie di autonomia e di indipendenza non solo su ciò che fa, ma anche su ciò che appare». Quindi, rivolta a Napolitano presente in chiesa e visibilmente commosso, la Severino svela l'episodio delle dimissioni respinte dal Colle: «Gli è stata di grande conforto - e glielo voglio personalmente testimoniare, signor presidente, per stemperare quell'atroce rammarico cui Ella ha fatto riferimento - il contenuto della lettera cui Ella, respingendo le sue dimissioni, gli ha manifestato e ribadito tutto il suo apprezzamento».
Già, il capo dello Stato. Napolitano, che aveva denunciato «una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni...», è ora messo sotto accusa da Travaglio: a uccidere Loris D'Ambrosio sei stato tu, non il Fatto Quotidiano. Il giornalista firma un editoriale dal titolo eloquente: «Infarto di Stato». Scrive Travaglio: «Se Napolitano avesse ragione a collegare la sua morte a quanto è stato scritto su di lui, dovrebbe anche domandarsi chi ha esposto D'Ambrosio a quelle critiche, a quelle figuracce e a quel ribaltamento d'immagine (ossia il Colle, ndr): non certo chi ha riferito doverosamente le cose che aveva detto e fatto, semmai chi gli aveva chiesto di dire e di fare quelle cose». Travaglio non ci sta a passare per boia e si difende accusando: «Se il dottor D'Ambrosio è stato indirettamente intercettato è colpa di Mancino che ha deciso di coinvolgere il Quirinale in una sua grana privata, ma anche del Quirinale che ha deciso di dargli retta e di prodigarsi per favorirlo, mettendo a repentaglio l'imparzialità della presidenza della Repubblica».
Le telefonate vanno dal 25 novembre 2011 al 5 aprile 2012 e dimostrano che in più occasioni D'Ambrosio ha speso il nome del capo dello Stato. Puzza di bruciato? Travaglio si avventa subito e si chiede: «Il Quirinale “deve” qualcosa a Mancino? E, se sì, perché?». Il Colle non fa luce e il giornalista va in bestia: «Se quelle segretissime manovre per depotenziare o addirittura scippare ai titolari l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia sono note, non è grazie alla trasparenza del Colle...». E ancora: «Se illazioni ci sono state - scrive - hanno inevitabilmente riguardato le conversazioni rimaste segrete fra Mancino e Napolitano, a causa della decisione del Quirinale di non renderle pubbliche, anzi di pretenderne la distruzione...».
Travaglio non ce l'ha con D'Ambrosio del quale riconosce la riservatezza e il suo encomiabile passato che lo ha visto collaboratore di Falcone. Ma, graffia il giornalista, s'è trasformato da «servitore dello Stato a servitore di Mancino».