Severino gela i pm: "Le chiamate restino segrete"

Il ministro della Giustizia si schiera con il Quirinale. Di Pietro attacca ancora: "Il presidente mortifica le istituzioni"

RomaIl Guardasigilli Paola Severino (nel tondo) semplifica il linguaggio, come quando parlava agli studenti del primo anno alla Luiss: «È importante mantenere la segretezza delle telefonate del capo dello Stato». Che la Corte Costituzionale dia ragione al Quirinale o alla procura, questo solo conta secondo il ministro: «Si dovrà rispettare la sostanza della legge, che è quella di evitare che conversazioni del presidente della Repubblica possano essere rese pubbliche».
Sarebbero almeno due le telefonate intercettate tra Giorgio Napolitano e l'ex ministro Nicola Mancino, accusato di non dire tutta la verità sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, dopo le stragi del '92. E il conflitto di attribuzione tra poteri sollevato dal Colle punta, in ultima analisi, ad evitare che quei nastri trascritti diventino pubblici dopo l'udienza-filtro con pm ed avvocati, per decidere se hanno o no rilevanza penale e se devono essere distrutti.
La Procura palermitana, si scopre ora, non sarebbe l'unica ad aver ascoltato le conversazioni di Napolitano. Anche quella di Firenze lo ha fatto, indagando sugli appalti per il G8 e due telefonate con l'allora capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, per chiedere notizie sul sisma dell'Aquila, già sarebbero agli atti a Perugia, dove a settembre riprenderà il processo. Non sono state distrutte, anche se non penalmente rilevanti. «Delle migliaia di telefonate registrate in 40 giorni, neppure una è stata ritenuta utile alle indagini», conferma Bertolaso. La sentenza della Consulta servirà qui.
Da Mosca, la «professoressa» Severino spiega che dovrà stabilire se, in questo caso, devono prevalere le «regole di procedura penale», o le «garanzie applicate al capo dello Stato». Quindi, se i magistrati possono valutare la rilevanza penale di quelle intercettazioni, o devono fermarsi prima, rinunciare all'udienza filtro. Il Guardasigilli non si sbilancia: loda la scelta corretta del Colle, ma aggiunge: «Il problema non è se il comportamento della Procura sia stato o meno corretto sotto il profilo della intercettabilità di una telefonata. Se si è trattato di una intercettazione casuale si poteva fare». Per la Severino il punto è: per stabilire l'utilizzabilità dei nastri, si deve applicare «la procedura prevista dal codice per tutte le intercettazioni o una normativa speciale»?
Interviene anche il procuratore nazionale Antimafia, Pietro Grasso. «I pm hanno agito in buona fede - dice- anche se questo non basta. Il capo dello Stato non può essere intercettato, lo è stato in modo occasionale. È giusto che un giudice terzo, la Consulta, decida come bisogna comportarsi».
La mossa del Colle, appoggiata da destra e sinistra, ha mosso le acque sulla delicata questione delle intercettazioni. Il Pdl torna all'attacco, chiedendo di riprendere la discussione su una nuova legge, oltre che su anti-corruzione e responsabilità civile dei magistrati. Questo caso, dice Gaetano Quagliariello, è il segnale di un «progressivo allentamento delle garanzie». Il Pd risponde, denunciando strumentalizzazioni e chiudendo ad ogni limitazione dello strumento. Nel partito, schierato con il Colle, c'è solo la nota stonata di Gerardo D'Ambrosio, a difesa degli ex colleghi palermitani. Su questo fronte il più accanito è Antonio Di Pietro, che accusa Napolitano di «mortificare le istituzioni», attirandosi le critiche anche di Pier Luigi Bersani: «Ho trovato le affermazioni veramente indecenti perché tutti sanno che Napolitano non ha alcuna ragione per difendersi personalmente».