"Perdono Pistorius ma dica la verità su mia figlia"

L'atleta alla sbarra a Pretoria per l'omicidio della fidanzata. Si dichiara innocente, però non riesce a guardare in faccia la madre di Reeva

Lei si chiama June Steenkamp, ha 67 anni e fino all'anno scorso aveva una figlia, Reeva, bella e bionda come il sole. Gliel'ha ammazzata con quattro colpi di pistola - per sbaglio, dice lui - un tipo strano, uno con una personalità quantomeno disturbata; uno con le gambe finte, al titanio, che risponde al nome di Oscar Pistorius. Proprio quello che fino all'anno scorso era per tutti l'ineguagliato campione olimpico del «volere è potere», icona di milioni di disabili per i quali Pistorius era «Blade Runner».
Lui, rivelatosi svelto di gambe non meno che di pistola, lo conoscono fin nei più lontani recessi del mondo. Lei, la signora June, non era nessuno fino a quando ieri non se ne è uscita con una frase che ha fatto di lei la co-protagonista di un processo che minaccia di diventare il processo dell'anno, se non del decennio, come si dicono i trecento fra giornalisti e operatori arrivati a Pretoria, in Sudafrica, dai cinque continenti. «Qualsiasi cosa deciderà la corte sono pronta a perdonarlo - ha detto la signora June -. Prima però voglio obbligarlo a guardarmi. Voglio sapere cosa è accaduto davvero quella notte. E voglio che lui veda il dolore e l'angoscia che mi ha inflitto». Sicché da ieri Pistorius, entrato in aula a testa bassa proprio per evitare lo sguardo terribile di mamma June, sa che dovrà affrontare due processi. E non è detto che quello apertosi davanti al giudice Thokozile Masipa, diventata nel 1998 la seconda donna nera a vestire la toga da magistrato del Paese, sia quello più temibile. Anche se la prospettiva, piuttosto concreta, è quella dell'ergastolo.

La prima testimone sentita dalla Corte ha raccontato di quelle «urla raccapriccianti», seguite da quattro colpi di pistola, che la notte di San Valentino di un anno fa, lei udì provenire dalla casa del suo vicino. Michelle Burger, si chiama la testimone. «Le grida di una donna, prima; poi anche le urla di un uomo che chiedeva aiuto. Poi ancora le grida disperate della donna. E a seguire quattro colpi di pistola, bang...bang...bang...bang. Pensammo ai ladri, io e mio marito, e chiamammo le guardie del residence». Una progressione di eventi che non lascia spazio a dubbi, si direbbe.
Pistorius, oggi ventisettenne, si è sempre difeso sostenendo di avere sparato attraverso la porta del bagno convinto che dall'altra parte ci fossero i ladri. Ma sarà dura convincere il pubblico ministero Nel Gerrie. Senza contare la mazza da golf insanguinata, trovata in casa dell'imputato, dove il sangue, disse la perizia, era «compatibile» con quello della vittima.

Non sarà un processo facile. Difficile soprattutto, per buona parte dell'opinione pubblica sudafricana, sarà ammettere di aver preso un abbaglio, scambiando uno schizzato nell'eroe simbolo della nazione.
Quanto a Blade Runner e alla sua presunta instabilità psichica: possibile che nessuno si sia fatto qualche domanda quando Pistorius, prima della morte della sventurata Reeva venne beccato a sparare dal tettuccio apribile della sua auto, e quando sparò (per errore, si disse) all'interno di un ristorante? E le tensioni, l'ansia in vista delle Olimpiadi, le frequenti incursioni al poligono di tiro con la sua 9 millimetri; le urla e gli scatti d'ira in palestra quando non arrivavano i risultati: possibile che nessuno del suo entourage avesse intuito che c'era qualcosa che non andava, nella testa di quel ragazzo?