Il silenzio assordante dopo l'urlo di Simone

Il forcone no, si sporcherebbero le mani. Meglio un ghigno soddisfatto che prende la forma del silenzio. Labbra chiuse e aspettare. Le parole di Antonio Simone escono da una cella e rotolano direttamente nel cestino. Del resto, un tempo rotolavano le teste, qualche passo in avanti l'abbiamo comunque fatto. Simone, imprenditore con un passato politico ed entrature robuste nel mondo formigoniano, è in galera da tre mesi tondi, esattamente (...)

(...) dal 13 aprile. Ieri il Giornale ha rilanciato una sua lettera, scritta all'amico di una vita, il direttore del settimanale Tempi, Luigi Amicone. Il detenuto, senza tanti giri di parole, si definisce ostaggio della magistratura: «O faccio un nome», che poi è quello di Roberto Formigoni, oppure «non mi resta che il suicidio». Questo è il terribile bivio davanti a cui Simone indugia in queste ore. Il suo racconto è fin troppo esplicito: Simone parla di Pm che cercano di fargli dire il «falso»; denuncia i «metodi staliniani» e con quelli «l'odio politico». Sembra di essere tornati indietro di vent'anni, ai tempi cupi di Mani pulite, di una certa parte della Rivoluzione che non aveva il tempo di aspettare e considerava le regole del diritto anticaglie da magazzino. Naturalmente, si può essere d'accordo o in disaccordo con il messaggio in bottiglia partito da una cella, si può anche ritenere che le accuse, pesanti - associazione a delinquere per la creazione di fondi neri all'estero e riciclaggio - meritino un'adeguata sanzione. Il punto è che l'appello, lucido e disperato, non ha smosso una foglia, non ha provocato una reazione, non ha fatto partire nemmeno uno straccio di comunicato. Tutti zitti. I politici. Gli intellettuali. I giuristi. Gli avvocati. Tutti muti. Probabilmente con quel ghigno stampato sulla faccia. Sì, perché quando la moglie di Simone, Carla Vites, qualche settimana fa se ne uscì con una perfida letterina in cui faceva a pezzi l'immagine di Formigoni, scodinzolante dietro il faccendiere Piero Daccò, pure lui sepolto in carcere dal 13 novembre, e ne descriveva le cene lussuose e le vacanze caraibiche, allora quella ghiottoneria fu servita su un piatto d'argento e con tovaglie di Fiandra dal mondo dell'informazione. E femministe, maestri del pensiero, illustri professori e pezzi da novanta del Palazzo videro in quella sparata l'atto d'accusa che finalmente dava il colpo del ko al grattacielo in cui è asserragliato del Celeste. Oggi, oggi che il marito contesta i metodi del pm e una carcerazione preventiva che si allunga come un cappio, è più comodo girarsi dall'altra parte. Con l'orecchio teso, perché restano tutti lì ad aspettare lo scricchiolio finale del sistema, l'ultima grande provincia dell'impero berlusconiano che deve venire giù. Il resto non conta.

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di Stefano Zurlo