Il silenzio del sindaco di Torino e le critiche del Pd al Lingotto

RomaNon bastavano Nichi Vendola, l'articolo 18, le questioni etiche e la legge elettorale. Nella battaglia per le primarie fa irruzione anche la Fiat, tema caldissimo, ma che non fa registrare grandi differenze di posizioni nemmeno tra diversi schieramenti politici. Nel Pd sì. La linea del Piave democratico è politica. Divide innanzitutto i due principali contendenti alla guida del partito, Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, con i sostenitori del primo che cercano di far scivolare il sindaco di Firenze sul terreno insidiosissimo degli stabilimenti Fiat. E il secondo che cerca di evitare la trappola.
Poi c'è una trincea geografica e, come un anno fa, onomastica, visto che i tradizionali rappresentanti dei due schieramenti sono divisi solo dall'ultima vocale del cognome. Fassino e Fassina. Assonanza che ha indotto molti giornalisti in errore, fino a quando non si sono palesate le differenze tra il sindaco di Torino e il responsabile economia del Pd. Che sono molte.
Sulla Fiat c'erano già state scintille quando prese forma Fabbrica italia, l'incendio scoppiò con il referendum sul piano. Fassino, insieme all'ala liberal e Matteo Renzi, disse che avrebbe votato sì al piano passato con l'ok di Cisl e Uil, ma senza quello della Cgil. Fassina disse che, se avesse lavorato a Mirafiori, avrebbe votato no. In quel caso Fassina ne uscì con le ossa rotte, nel senso che il partito ufficialmente non prese posizione, ma Bersani disse che si doveva rispettare l'esito del voto, che - come tutti sapevano - sarebbe stato sfavorevole al sindacato della sinistra. Oggi l'aria è cambiata. Il sindaco di Torino prima dell'incontro ha auspicato «notizie confortanti che confermino la vocazione industriale di Torino». Dopo l'incontro, silenzio, nonostante la conferma degli stabilimenti italiani.
Molto più loquaci gli anti Marchionne d'annata, che nell'incontro di ieri hanno trovato la conferma delle loro tesi. Capofila, Fassina. Gli investimenti solo a crisi archiviata? «Confermano che l'azienda, nonostante i proclami di Fabbrica Italia già irrealistici nel 2010, intende affrontare passivamente un mercato» che cambia. Nel comunicato non c'è scritto, “io ve l'avevo detto“, ma il senso è questo. Anche Bersani boccia, di fatto, governo e azienda. «Nonostante gli sforzi del governo, mi pare che il problema Fiat rimanga del tutto aperto», perché non si è parlato di ammortizzatori sociali.
Non direttamente il segretario, ma la portavoce del comitato per Bersani Alessandra Moretti, lancia l'affondo contro Renzi e il suo staff: «Cosa hanno da dire all'Italia? Non è forse arrivato il momento di parlare dei problemi veri degli italiani anziché nascondersi dietro ai lamenti? Per esempio - prosegue - cosa pensa Renzi di Marchionne e della scomparsa “senza se e senza ma“ del piano Fabbrica Italia?». Renzi è contro gli aiuti di stato e nei giorni scorsi lo ha detto. Ripeterlo, in un clima di incertezza come quello creato dall'incontro di sabato non può che fare male alla sua campagna. E questo lo sanno sia gli strateghi di Bersani sia Renzi.