Simone a rischio suicidio Il Pdl raccoglie il grido: «Ora serve un'indagine»

MilanoTre letti a castello, in una cella piccola come un fazzoletto. Per sgranchirsi le gambe si devono fare i turni, come sul marciapiede affollato di una metropoli, perché lo spazio non basta. Sei persone chiuse in pochissimi metri quadrati. Antonio Simone ha evocato, in una drammatica lettera inviata al settimane Tempi, «il suicidio, come unica possibilità di risposta al sequestro della mia persona». Un messaggio rilanciato dal Giornale e che però pareva finito nel cestino dell'indifferenza. Ma ora qualcosa si muove. Trentadue deputati del Pdl chiedono, in un'interrogazione urgente al ministro della Giustizia, di verificare le parole dell'imprenditore. «Questa vicenda - scrivono in una nota i trentadue - riapre comunque una urgente riflessione sul tema più ampio della detenzione preventiva. Confidiamo che si possa, in tempi brevissimi - prosegue il testo firmato fra gli altri dal capogruppo in commissione giustizia Enrico Costa, e da Francesco Paolo Sisto - risalire alla reale situazione per non lasciare spazio a posizioni di dubbio».
Simone è in cella dal 13 aprile. Tutto legittimo, ci mancherebbe. E però erano legittime anche le manette ai tempi di Mani pulite: si tratta di capire dove fissare l'asticella. In teoria vale, prima della sentenza definitiva, la presunzione di innocenza. Solo che i principi sono una cosa, la realtà va da un'altra parte. Ci sono stati abusi? La carcerazione preventiva è davvero formulata nei termini che descrive l'ex assessore? Per Simone due sono le possibili alternative: o si decide a fare il nome di Formigoni o marcirà in cella. E allora meglio il suicidio e la morte fa tornare in mente Gabriele Cagliari che infila la testa in un sacchetto e si soffoca in pochissimi secondi dopo aver paragonato il carcere a un canile. Vent'anni fa la classe politica prese l'impegno solenne di migliorare le carceri e la magistratura salì sul lettino dello psicoanalista per rivedere i meccanismi della moderna tortura. La libertà in cambio della confessione.
Oggi ogni fruscio riguardante il Celeste viene amplificato a dismisura, nella speranza che sia il segnale del tonfo finale del regime formigoniano. Il grido di Simone invece si perde come un urlo in montagna. Almeno in un primo momento. Poi intervengono i trentadue. E Mario Mauro, presidente dei deputati del Pdl al parlamento europeo, aggiunge qualche considerazione: «Per la maggior parte delle persone, che come Antonio Simone (del quale ho personalmente appurato l'inumano trattamento a San Vittore), sono incarcerate preventivamente, sfido qualunque esperto di giustizia a provare l'esistenza del rischio di essere ostacolo alle indagini, oppure un elevato rischio di fuga oppure che l'imputato sia una minaccia per la sicurezza dei cittadini».
Insomma, zoppichiamo rispetto ai Paesi più evoluti sul fronte dello spread, ma non è che una ricognizione del nostro sistema penitenziario ci faccia fare una bella figura in Europa. E forse il ghigno dei molti che aspettano solo la dissoluzione del mondo formigoniano, ultima grande provincia dell'impero berlusconiano, dovrebbe lasciare il posto all'indignazione perché il canile non è cambiato.
Ma a molti non importa. Dettagli. Quel che conta è il fruscio, l'attesa che il rumore impalpabile si trasformi in valanga. Tutti aspettano che Simone sputi quel nome: Roberto Formigoni. Ma in uno dei tanti verbali firmati, Simone racconta una storia che fa a pezzi l'impostazione della procura: «Da Formigoni ho avuto solo guai». Il riferimento è all'ospedale San Giuseppe e al progetto che Simone, in coppia con Piero Daccò, pure arrestato e in cella dal 13 novembre, aveva immaginato nel 2006. Simone era convinto che la Regione avrebbe ripianato le perdite dell'ospedale, catalogato come classificato e dunque equiparabile ad una struttura pubblica. Anche per questo aveva preso la struttura come ramo d'azienda per un periodo di trent'anni. E invece no: «Ho avuto uno scontro con Formigoni e con il direttore della sanità Lucchina, ai quali dissi: “State facendo un'ingiustizia”». La Regione infatti rispose picche sul capitolo perdite - 13 milioni nel 2007 e addirittura 16 nel 2008 - il finanziamento saltò. E Simone lasciò il business. Oggi il suo orizzonte è una cella in cui è difficile alzarsi in piedi.