La sinistra insegue la Lega ma vuol restare in cachemire

Lo sconcerto è stato così evidente che, se si escludono alcune incursioni televisive per esprimere l’indignazione e lo sfogo delle «anime belle» contro il trionfo della Lega favorito dall’ignoranza, la reazione prevalente, negli ambienti della sinistra è stato di un silenzio attonito, come per un dignitoso lutto, ma per un parente non troppo amato, quel Partito democratico che non risultava né sinistra né centro, né Partito comunista, né Democrazia cristiana, né Ds né Margherita, ma una creazione in laboratorio di uno scienziato metodico, incapace di suscitare odi. In questo sarebbe probabilmente riuscito meglio D’Alema, capace di dividere almeno quanto Berlusconi. Chi unisce troppo, invece, come Veltroni, finisce con lo scontentare tutti. Così la reazione prevalente di questa settimana è stata di pietrificazione della sinistra, anche quella che ha più sofferto, fino a scomparire.

Lo choc si ritrova in un articolo di Aldo Schiavone, «Il Paese nell’oblio» su La Repubblica di sabato. Schiavone, soffrendo, fa l’indifferente, il sorpreso: «Non è l’Italia di Berlusconi, quella che è uscita dalle urne il 14 aprile... è piuttosto solo un’Italia imprevista che viene d’improvviso alla luce». Imprevista per lui! Ma prevedibilissima, compreso il successo della Lega, per chi avesse meditato non solo all’assoluta impotenza, dannosa, del governo Prodi, ma anche alla perfetta incongruenza di tutte le parti della sua coalizione. In Veneto, in Emilia e in Lombardia il vento padano ha attraversato le masse popolari e le ha portate con sé, dagli operai ai commercianti, ai piccoli imprenditori perché? E perché la sinistra non è stata capace di interpretarne le richieste? Di sicurezza, soprattutto, ma anche di contenimento fiscale, di riduzione della burocrazia, di antipatia per lo statalismo e per il sindacalismo. Le radici popolari della Lega, che oggi turbano la sinistra intelligente, si manifestano nell’atteggiamento politicamente scorretto, che significa libertà dalle forme, dalle ipocrisie, dai ruoli e anche dagli atteggiamenti di superiorità che la sinistra ostenta nel suo rapporto con il mondo intellettuale.

In questa prospettiva la Lega è rozza, ignorante, xenofoba, razzista, impresentabile. Alcune rustiche manifestazioni leghiste plateali ma, ormai, credo, calcolate, sembrano confermare questa interpretazione. Eppure essa contrasta con la buona amministrazione dimostrata dalla Lega in molti comuni guidati dalla Lega. Il successo di Tosi a Verona, macroscopico, ne è una prova; ma in comuni anche più piccoli, i risultati travolgenti attestano una naturale propensione della Lega a rispecchiare comportamenti e sensibilità estranei alla politica degli accomodamenti, dei compromessi e anche delle presunte superiorità culturali.

La Lega parla come mangia, e il mangiare come necessità primaria dell’uomo è un obiettivo politico che la Lega persegue senza vergogna. I discorsi di Bossi, Calderoli, Castelli, sono tanto semplici e diretti da rappresentare non solo gli interessi, ma il modo di pensare di molti operai del Nord che non chiedono teorie e pensieri politicamente corretti ma fatti. Ogni volta che Bossi o Berlusconi hanno detto cose stigmatizzate dagli esponenti del politicamente corretto, hanno, in realtà, intercettato il pensiero della gente comune.

Il contrasto si palesò, ormai molti anni fa, in un confronto televisivo fra De Mita e Bossi. Il primo, nelle sue radicate convinzioni di statista rispettoso delle regole enfatizzò un complesso percorso di riforme istituzionali in un linguaggio tanto elaborato quanto astratto. Bossi lo lasciò parlare per un quarto d’ora e poi concluse: «Ma taches al tram». De Mita rimase allibito ma perse il confronto senza appello. Da lì cominciò quella decadenza che oggi lo ha portato fuori del Parlamento mentre la Lega ha conquistato spazi per ragazzi semplici e ruspanti.

La distanza della sinistra dal popolo è tutta evidente nell’imbarazzo di Giovanni Russo Spena di Rifondazione comunista che ha dichiarato, dalle nuvole di un’esistenza senza necessità pratiche che, avendo deciso di comunicare ai compagni di Liberazione la sua indisponibilità alla ventilata direzione del giornale, non è riuscito a trovare nessuno che gli desse l’assistenza per spedire un fax. Il quadro non rappresenta soltanto la fine di un’articolata nomenklatura ma anche la sua materiale impotenza. Il leghista forse non ha letto Marx ed Hegel ma i fax li spedisce perché non sta nel cielo della politica, ma vive nelle stesse condizioni degli elettori che lo votano.

Gli alibi intellettuali, lo snobismo, i cachemire, i salotti (aborriti dalla Lega) e insomma tutte le abitudini della gauche caviar come impediscono di comprendere il fenomeno della Lega così tengono lontani i voti dei cittadini. La sinistra chiusa in un universo autoreferenziato non è più capace di riconoscere i problemi quotidiani garantendo in modo semplice una buona amministrazione. Cofferati ha avuto buon successo quando ha fatto le stesse cose del sindaco di Cittadella, ma forse, anche lui, l’ha capito troppo tardi.