Solo Renzi spera che il Pdl tiri dritto

Panico nel Pd per il rischio urne: sarebbero il via libera al sindaco. I bersaniani spingono per rinviare ancora il congresso

Matteo Renzi

Roma - Il gioco del cerino s'è trasformato nella classica partita a poker. Nel saloon del Nazareno la maggioranza plaude alla «mano del Napolitano», alla decisione di «andare a vedere il bluff del Pdl», e si nasconde alle spalle del campione. Il Pd sa di non avere un gran punto in mano: tutti, tranne Renzi, temono l'innesco della crisi e la perdita dell'intera posta. Ma anche se le urne sono un'incognita, comunque una «coppia» (Renzi più Letta) viene giudicata vincente rispetto all'«asso di picche», il solitario capo del Pdl.

L'ex segretario Bersani non rinuncia a dare la linea sulla trincea del «non si può far finta di niente». Forse non sarà proprio quanto si appresta a decidere il premier dopo essersi consultato con Napolitano, ma al punto in cui è arrivata la partita il calendario ha una rilevanza massima, visto che il Pd si trova nel momento più delicato dello scontro congressuale (oggi l'ennesima direzione «risolutiva» sulle regole). Bersani diffida della verifica parlamentare che voci insistenti del Nazareno vorrebbero per la prossima settimana. «Non è che il 3 ottobre si fa la verifica e va tutto bene e poi il 15, quando dobbiamo fare la legge di stabilità, si alza Brunetta e si ricomincia come al solito?». L'ex leader vorrebbe utilizzare la tempesta in atto per prendere due piccioni con una fava: blindare Letta ancora una volta e rinviare il congresso. L'ex maggioranza bersaniana sarebbe pronta a far carte false, pur di scongiurare l'avvento di Renzi. Uno che bersaniano non è, ma al governo ci sta, il viceministro dell'Economia Stefano Fassina (giovane turco ora per Cuperlo), provvede a gettare il sasso nello stagno. «Il nostro congresso non serve a scegliere il candidato premier, il premier lo abbiamo già... Dobbiamo eleggere un segretario che si impegni a costruire il Pd e a rafforzare la prospettiva di governo...». Sarebbe «da ricovero», ha aggiunto, essere «l'unico partito al mondo che mentre esprime il presidente del Consiglio fa le primarie per il candidato premier». Un'apparente excusatio non petita, un modo per bloccare sul nascere qualsiasi illusione di Renzi: alle elezioni non si andrà, guai a chi s'approfitta dello «strappo» del centrodestra.

Resta così chiaro che un'accelerazione del Pdl avvantaggerebbe il sindaco, che da giorni continua a cannoneggiare sul quartier generale di Letta. Ieri i renziani che già accarezzano l'idea di trasformare le primarie per il leader in primarie per il premier (ecco spiegata l'intemerata di Fassina) hanno fatto i pesci in barile e accusato il viceministro di avere «vuoti di memoria, causati forse dalla sua fobia verso Renzi, meglio che si concentri sulla drammatica situazione economica».
Come si vede, i due fronti sospettano l'uno dell'altro: i lettiani che il sindaco approfitti dell'Aventino berlusconiano per arrivare al bagno elettorale, i renziani che il premier vi faccia leva per far saltare il congresso. Ma se la situazione non si ricompone, visto che «le larghe intese sono una chimera» (Pittella), quale sarà l'epilogo? Singolare che la frattura nel Pd si ripercuota nell'ala sinistra del partito, nella quale Civati (che nacque assai vicino a Renzi) ritiene che «il Pdl abbia già aperto la crisi» e che dunque, come sostiene da tempo, sia meglio andare alle urne che dissanguarsi in questo tira-e-molla al governo; mentre Laura Puppato (in origine non lontana da Bersani) pensa ancora all' «esecutivo per le riforme» assieme a M5S e «alla parte pensante del Pdl». Se si escludono le urne e i grillini, che nessuno nel Pd vuole, forse è lo stesso pensiero cui stanno lavorando gli uomini del Colle.