«Sono l'ingegner Terrone che spedì 501 rose a Bossi»

Con un nonno materno che di cognome faceva Bergamo, il protagonista di questa storia pensava che nella vicina provincia di Lecco non avrebbe avuto problemi, tanto più che Michele Bergamo, decoratore di chiese, era stato uno dei ragazzi del '99 che difesero la patria a Caporetto. «I Bergamo si rintracciano soprattutto in Lombardia e nel Veneto», spiega. «Si chiamano così o perché vengono dall'omonima città o perché sono di origini ebraiche. Mio nonno non era israelita. Dunque i miei avi dovevano essere o lombardi o veneti». Peccato che il vegliardo, morto nel 1986 alla veneranda età di 97 anni, fosse originario di Calvanico, provincia di Salerno.
Immaginate perciò che cosa può essere accaduto al nipote quel 18 aprile 1993 in cui, proveniente da Mercato San Severino, nel Salernitano, giunse all'istituto professionale Pier Angelo Fiocchi di Lecco per una supplenza di due settimane come docente di tecnologia meccanica, disegno e sistemi informatici e disse agli studenti: «Sono l'ingegner Terrone, il vostro nuovo insegnante». Metà della classe finì sotto il banco a sbellicarsi dalle risate, «ma non c'era cattiveria in quei ragazzi, alla loro età sghignazzano per qualsiasi cosa, si sa, e quindi non me la presi», li assolve a distanza di 20 anni. La faccenda si complicò l'indomani, quando uno di loro, infastidito da un moscone entrato dalla finestra aperta, spiaccicò l'insetto al grido di «crepa, terùn!».
La supplenza si prolungò sino alla fine dell'anno scolastico. Il professore alloggiava alla pensione Resegone («due italiani, compreso me, sei senegalesi, un solo bagno»), spendendo per vitto e alloggio molto di più dello stipendio, «ma almeno incrementavo il punteggio per entrare in ruolo». L'ingegner Terrone non ebbe quindi modo di verificare se fosse vero che al Nord non si affittano le case ai meridionali, come gli avevano giurato alcuni compaesani. In compenso accertò che in quei due mesi nessun allievo lo chiamò mai «professor Terrone» o «ingegner Terrone»: solo «prof» oppure «Francesco». Alla medesima regola si attenne il personale ausiliario e di segreteria, che invece con gli altri docenti usava il cognome.
Ma il peggio arrivò quando Terrone, laureato nel 1991 in ingegneria meccanica all'Università Federico II di Napoli, per non morire docente precario presentò varie domande d'assunzione ad aziende del Lecchese e fu convocato per un colloquio alle officine Riva di Oggiono, produttrici di macchine tessili. «Il dirigente si chiamava Armando D'Agnolo. Un ingegnere come me. Lesse distrattamente il curriculum, senza mai guardarmi negli occhi. Non mi chiese nulla della mia storia personale. Fu abbagliato solo dalle generalità: “Terrone... Senta, glielo dico senza peli sulla lingua: noi non abbiamo fiducia nei meridionali”. Lì per lì credevo di non aver capito bene. Ma D'Agnolo insistette: “Farà poca strada con questo cognome. Dia retta a me, corra all'anagrafe e se lo faccia cambiare”. Ero basito, per la prima volta in vita mia non riuscivo a trovare le parole per replicare».
Quando il selezionatore delle officine Riva cercò di svalutare persino la sua laurea, Terrone non ci vide più: «Gli feci presente con voce alterata che la facoltà di ingegneria di Napoli era di prim'ordine. Ma D'Agnolo e i servili funzionari che lo attorniavano non mi diedero nemmeno retta, si scambiavano sorrisi di compatimento e battute in dialetto che non potevo capire. Finché uno dei presenti tagliò corto: “Se lei fosse stato un operaio, avremmo chiuso un occhio. Ma un ingegnere... Come potremmo far rappresentare la nostra azienda da uno che si chiama Terrone?”. E fui congedato».
Oggi Francesco Terrone è presidente e amministratore delegato della Sidelmed, società di ingegneria, da lui stesso fondata, specializzata nelle certificazioni di sicurezza per ascensori e impianti elettrici. Fattura 2 milioni di euro l'anno e dà lavoro a una cinquantina fra ingegneri, architetti, periti e impiegati. «Ho voluto che la sede principale fosse al mio paese natale, perché non dovessero subire come me l'umiliazione di emigrare al Nord». Ha aperto succursali a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Salerno, Avellino, Matera e Legnano; ha conquistato clienti come i gruppi Marcegaglia e Tosi, il ministero delle Infrastrutture e l'Aem di Milano; s'è sposato con Irina, un'interprete bielorussa che portava in Italia i bambini di Chernobyl e che nel maggio scorso l'ha reso padre di Flora; ha creato la Fondazione Francesco Terrone che si occupa di energia nucleare; ha vinto una sessantina di premi letterari come poeta e pubblicato varie opere, fra cui Il linguaggio delle stelle, con la prefazione della figlia di Alfonso Gatto; ha scritto una meditazione sulla Via Crucis che gli è valsa una lettera di encomio da Benedetto XVI.
Ha atteso quattro lustri, Francesco Terrone, prima di ragionare a mente fredda sulle disavventure che gli capitarono su quel ramo del lago di Como: «Non volevo che sembrasse una ritorsione». Il risultato è la biografia Io, ingegner Terrone (Log edizioni), affidata alla penna di Aldo Forbice, per 18 anni conduttore di Zapping su Radio 1.
Perché rinvangare fatti tanto lontani nel tempo?
«Il pretesto me l'ha offerto in un certo senso proprio la vanga».
Che significa?
«Ho un'abitudine: in qualsiasi provincia io arrivi, raccolgo un po' di terra di quel luogo e la infilo in un sacchetto che tengo sempre in auto. Alla fine avrò miscelato i terreni dell'intero Belpaese. Ho lasciato per testamento che dovranno essere sparsi sulla mia bara, sepolta nella nuda terra. Quanto a me, niente vestiti addosso, solo un lenzuolo».
Come i musulmani.
«Sono cattolico».
Parlavamo del libro.
«Nel 2008 torno a Lecco e mi fermo con due amici, Antonio Esposito e Aniello De Luca, meridionali doc, sulla riva del lago. Voglio sempre due testimoni ad assistere a questo mio rito privato, che concludo con la recita del Pater, Ave e Gloria. Qualcuno vede l'auto targata Salerno e tre tizi che scavano e chiama il 113. Piomba sul posto una volante con due poliziotti. Temevo che mi arrestassero per furto di terra. Lì ho capito che la mia storia andava scritta. Non un saggio rivendicativo come Terroni di Pino Aprile. Né una geremiade denigratoria come Gomorra di Roberto Saviano. Il mio scopo era un altro: celebrare il Meridione che lotta, che imbandisce la tavola tutti i giorni per i suoi figli».
Da imprenditore, lei ha lottato.
«Pensi che cinque anni fa ho avuto l'impudenza di aprire una sede a Legnano, in piazza Monumento, proprio di fronte alla statua di Alberto da Giussano».
Ma con l'ingegner D'Agnolo perse.
«Mia madre Flora, che oggi ha 86 anni, ricorda ancora le lacrime di rabbia quando le raccontai al telefono che cosa m'era accaduto. A mio padre fu risparmiato questo dolore: morì nel 1990, ad appena 59 anni, con l'aiuto di tre medici che lo curavano per l'artrosi mentre aveva le carotidi occluse. Chi poteva pensare che al Nord sarei stato accolto così? Papà ha allevato quattro figli mandando avanti un'officina meccanica e un distributore di benzina, oggi affidati ai miei fratelli. Si alzava alle 5 e smetteva di sgobbare alle 23. Ha portato fino all'università me e mia sorella, che insegna matematica. Io lavoro dall'età in cui imparai a contare i soldi, 9 anni. Sentirsi dare del lavativo per colpa del mio cognome...».
Che fece dopo quell'affronto?
«Andai a pregare in chiesa, la più importante di Lecco. Ne parlai col parroco. Fu freddo all'inizio e glaciale alla fine».
Nessuna solidarietà?
«Al Fiocchi frequentava i corsi serali Davide Milani, direttore del settimanale diocesano Il Resegone, che in seguito divenne prete e oggi è il portavoce del cardinale Angelo Scola. Parlò con i dirigenti dell'azienda Riva, ma si sentì obiettare che preferivano un ingegnere laureato al Politecnico di Milano a uno uscito da un'università napoletana. Allora scrissi al cardinale Carlo Maria Martini, che la domenica successiva durante l'omelia in Duomo condannò l'episodio di razzismo».
Oggi lei ha un'azienda florida, mentre la Riva di Oggiono è fallita e l'ingegner D'Agnolo chissà dove sarà finito.
«Io un po' lo giustifico. È un rischio assumere un terrone: poiché, come tutti, vorrebbe lavorare sotto casa, lontano dalla sua regione va in depressione e il rendimento spesso ne risente».
Ha capito perché al Nord in molti ce l'hanno a morte con i terroni?
«Purtroppo per anni abbiamo esportato il tipo peggiore di meridionale, quello con la fedina penale sporca».
Dunque il settentrionale che vuol tenere lontane mafia, camorra e 'ndrangheta qualche ragione ce l'ha.
«La camorra esiste da prima dell'Unità d'Italia. Non è colpa nostra se Ferdinando II, per difendersi dai Savoia, reclutò anche l'immondizia, trasformandola in uno Stato nello Stato. Oggi al Sud è più unita la malavita che non la gente comune. Ma se i giovani trovassero lavoro, non li recluterebbe la camorra».
Non crede che larga parte dei pregiudizi possa dipendere anche dal fatto che carabinieri, poliziotti, magistrati, funzionari statali e insegnanti del Sud hanno colonizzato il Nord?
«Sì, l'inefficienza dello Stato viene fatta coincidere con la presenza dei meridionali nei suoi gangli. Però io posso dirle, per restare al mio settore, che la provincia di Salerno fa più sicurezza sul lavoro che non quella di Milano e che gli ispettori delle Asl da noi sono espertissimi».
Al settentrionale che si lamenta perché in Sicilia c'è una guardia forestale ogni 12 ettari, mentre in Friuli ce n'è una ogni 7.000, che gli diciamo?
«Guasti della partitocrazia: un assunto, un voto. È la politica la vera piovra. Sono statistiche che fanno girare le balle anche a me, cosa crede? Il ladro c'è al Nord e c'è al Sud. Vogliamo parlare di quote latte? Ecco perché stimo leghisti come Roberto Maroni e Flavio Tosi, amministratori seri, ma non Matteo Salvini, capace solo di sparare balordaggini».
Che peso pensa abbia avuto la Lega nel diffondere l'odio verso i terroni?
«Notevolissimo. Ci ha aizzato contro i cittadini che non vanno più in là del loro vicolo, della stanza dove dormono. Feci recapitare a Umberto Bossi nella sede di via Bellerio, a Milano, un mazzo di 501 rose bianche, rosse e verdi, il terzo colore ottenuto con un pigmento artificiale, visto che non esiste in natura. In quei giorni il calciatore Antonio Cassano aveva inviato 500 rose a Michelle Hunziker in segno di ammirazione. Per distinguermi, ne feci aggiungere una in più e invitai il segretario della Lega a visitare la Campania. Mai avuto risposta».
Al Sud non ce l'avete con i polentoni?
«Io no. Credo nelle persone e al loro buon cuore. Ho conosciuto uomini come il torinese Giorgio Calcagno, il compianto critico letterario della Stampa, che scrisse un articolo sulle mie poesie. Nell'anima lo tengo accanto a mio padre. Ma non dimentico che Cesare Lombroso, lo scienziato secondo il quale i meridionali sono esseri biologicamente inferiori e delinquenti abituali fin dalla nascita, insegnava a Torino e fu partorito a Verona, mica a Napoli».
Introduciamo il reato di terrofobia?
«No, perché significherebbe che non siamo più nemmeno capaci di fermarci al semaforo rosso. Non m'è piaciuto che un giudice di Varese, Davide Alvigini, qualche mese fa abbia condannato un pensionato per l'espressione “terroni di merda”, ingiuria “aggravata dalla discriminazione razziale”, come si legge nella sentenza. Non si educano le coscienze col bastone. Però è un fatto che gli extracomunitari che vivono a Milano sono più rispettati di noi meridionali».
Non ha notato che ogni popolo si sente a settentrione di un altro? I tedeschi di Berlino considerano terroni i bavaresi di Monaco, quelli che per noi rappresentano l'efficienza teutonica della Bmw, e li detestano per il loro accento.
(Ride). «Eh sì, siamo tutti meridionali di qualcosa, tranne la Corea del Sud, che dà la polvere a quella del Nord. Penso alle enormi differenze fra Nordamerica e Sudamerica. Noi italiani, poi, veniamo considerati i terroni d'Europa. Forse perché la civiltà segue la distribuzione geografica dell'acqua e del latte».
Sua moglie Irina, arrivata dalla Bielorussia, che ne dice?
«Per lei siamo tutti italiani. Solo non capisce perché al Sud gli sconosciuti le diano del tu. Con le settentrionali non lo fanno. Abbiamo anche noi meridionali una vena razzistica».
Come se ne esce?
«Insegnando in famiglia e a scuola che il moscone non si chiama terùn».
(669. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Commenti
Ritratto di Ulisse Di Bartolomei

Ulisse Di Bartolomei

Dom, 29/09/2013 - 13:53

A prescindere gli annessi e connessi, il percorso di sofferenza dell'ingegnere in questione, iniziò a causa del cognome. Se mi si presenta qualcuno che di cognome fa "minchione" o "deretani" o "belin" ho diritto ad avere qualche imbarazzo... D'altra parte i nomi dileggianti vennero imposti dai piemontesi ai meridionali e non vedo la ragione per cui "oggi" non si possa riparare e questa infamia storica, liberandosi di questi cognomi. Se a uno piace darsi martellate sulle dita, può pure strillare, ma non farci un poema! I cognomi poi passano ai figli e trasferirne uno così significa tracciarne il destino... che si diventi ricchi o poveri, permane un marchio indelebile e una sorgente di infelicità perenne. A prescndere il tutto, mi sembra una cosa veramente inopportuna! Il sorrisetto di chiunque, apparirà sempre come una stilettata alla dignità.