Lo sport di strada di Pavese e Fenoglio diventa per donne

Sono passati i tempi in cui la finale del torneo di Torino tra Augusto Manzo e Franco Balestra - i due mitici campioni degli anni '50 - attirò 5mila spettatori, nonostante si stesse svolgendo in contemporanea il derby Torino-Juve. Allora, dopo il rintocco del mezzodì, che annunciava la fine del rito sacro della messa, iniziava il rito pagano del balùn: giovani e anziani invadevano la piazza assolata, chi trascinando una sedia di paglia, chi un cuscino, tutti con il pasto avvolto nella tovaglia. E lì attendevano i giocatori, spesso dei veri fuoriclasse. Campioni del loro tempo, naturalmente, senza diete speciali se non un buon bicchiere di vino e come allenamento ore e ore nei campi ad arare la terra. Riconoscere chi gioca è molto semplice, basta guardargli le mani: una delle due è molto più grande dell'altra. Quella è l'arma segreta, un pugno così potente da ribattere anche più volte in pochi minuti, da una parte all'altra del campo, un pallone di 190 grammi che ti piomba addosso a una velocità che sfiora i cento chilometri all'ora. Unica protezione un pezzo di cuoio sul pollice tenuto fermo da una fasciatura lunga diversi metri.
Forse non è un caso se la pallapugno è nata nelle campagne piemontesi, dove ci si spezzava la schiena per rendere quella terra così speciale nei suoi frutti, dal tartufo al vino. Prodotti unici e spesso di nicchia, proprio come il balùn. Oggi gli sferisteri si riempiono per sostenere le giovani leve: Federico Raviola, Bruno Campagno, Roberto Corino e Massimo Vacchetto, campione in carica, il più giovane di sempre: 19 anni appena. Tocca a loro tenere alta la bandiera dell'antico gioco narrato da De Amicis, Pavese e Fenoglio.