Su quell'auto è morto anche un padre

«Che caldo che fa mamma. Però i tuoi capelli si muovono... Da dove arriva questo vento caldo? Dagli inglesi, dai francesi? O dall'Australia? O forse è Babbo Natale che fa “ffffffffff”». È la prima cosa che mi è venuta in mente ieri (una frase di mio figlio di sabato scorso) leggendo di Luca, di Piacenza, della macchina in cui è stato dimenticato per otto ore con i finestrini chiusi, del primo caldo, appunto. Dopo che un bambino ce lo hai avuto in pancia è così: senti come lui, senti al posto suo. È stato incredibile per metà della mia vita ma poi è andata così. Come sentire male a una mano, o una fitta di spavento a metà mattina senza apparente ragione. L'altro giorno sono riuscita a vestire mio figlio in maniera adatta a una gita che lui avrebbe fatto e della quale avevo perso l'avviso. Per «istinto», dicono. E sembra assurdo, ma succede. Così evidentemente, accadono anche cose (...)

(...) orrende, inspiegabili, inaggiustabili come questa. Succede di dimenticarselo in macchina un figlio di due anni, mentre si compie il routinario gesto di parcheggiare e di andare a lavorare come ogni santo giorno. Poi arriva il giorno maledetto, in cui lui muore di asfissia e tu, lui, il padre che lo ha lasciato lì dentro, muore di tutto il resto. Capita ai genitori, agli stessi che poi hanno l'istinto di provargli la febbre quando serve, o di dargli da bere prima che lo chiedano, di cadere in quella fetta di atroce oblio, di orrore, di assenza. Ieri Andrea si è dimenticato il suo Luca in macchina. E non lo sappiamo, in realtà, cosa dire, contro chi inveire, anche se vorremmo poterlo fare. Le guance cianotiche, il vapore bollente dell'abitacolo, una dimenticanza carogna, la routine idiota e le urla a squarciare il cielo. Per ciò che non si aggiusta più. Con almeno tre vite che se ne vanno dietro a un finestrino chiuso. «Mamma, da dove viene questo vento caldo?».

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Galli a pagina 17

di Valeria Braghieri