«Sui consumi il peggio deve arrivare»

RomaCarlo Sangalli, presidente di Confcommercio, stipendi al palo, mercato del lavoro ingessato e recessione. Ci aspettano altri mesi difficili?
«Il quadro previsionale è tutt'altro che confortante, cresce il consenso su previsioni che danno il Pil in calo di due punti. E i consumi saranno in linea».
Di quanto?
«Si prevede una contrazione superiore ai due punti, prossima ai tre punti».
Uno scenario inevitabile?
«Non possiamo stare fermi. L'Italia deve agire sul fronte europeo e su quello interno. Sul primo è necessario rafforzare le conclusioni del vertice di giugno e fare di tutto perché si realizzino insieme alla difesa dell'euro, politiche per la crescita, con il fondo anti spread e, in prospettiva, con l'unione bancaria e fiscale».
Su quello interno voi puntate sulla riduzione della pressione fiscale. È realistico visto che a settembre faremo i conti con i costi aggiornati del debito?
«Bisogna accelerare il processo della spending review e allo stesso tempo derubricare definitivamente gli aumenti dell'Iva che per il momento sono stati esclusivamente rinviati. Per farlo servono 6,5 miliardi di euro».
Avete segnali incoraggianti?
«Abbiamo segnali confortanti, nel senso che il governo, a partire dal ministro Vittorio Grilli, dice che si farà di tutto per contrastare questa ipotesi. Per noi quell'aumento si tradurrebbe in una Caporetto per le famiglie. Abbiamo calcolato che ci sarebbe una riduzione complessiva dei consumi reali per 38 miliardi di euro».
Tagliando ancora non si mettono a rischio i servizi pubblici?
«Gli aumenti dell'imposizione sui consumi ha effetti devastanti soprattutto sui livelli medio bassi della popolazione che destinano una quota di reddito maggiore ai consumi. La spesa pubblica vale 800 miliardi, una buona metà del Pil e mi pare nessuno neghi che quella cifra comprenda rilevanti inefficenze, stimabili in almeno cinque punti percentuali di Pil».
Quindi se si taglia la spesa non si danneggia la crescita?
«L'opposto, la spending review può creare le condizioni per fare ripartire il ciclo produttivo anche perché può ridefinire il perimetro del pubblico».
Avete calcolato la pressione fiscale reale al 55%, altri hanno detto che è sottostimata. Come siete arrivati a quella cifra?
«Il 45%, stima ufficiale, assume a denominatore l'intero Pil, che comprende anche il sommerso. Se depuriamo il dato dall'evasione arriviamo al 55%, che comunque è una media riferita a universi molto diversi tra loro».
Come si contrasta l'evasione?
«Innanzitutto chi evade mina le fondamenta del patto di cittadinanza e agisce contro la crescita e lo sviluppo. Oltre alle normali operazioni di contrasto, viste le dimensioni che ha il fenomeno in Italia, serve una grande unità tra i grandi contribuenti che pagano per riformare il sistema fiscale».
Come?
«L'azione più efficace è rendere esplicito il dividendo della lotta all'evasione. Si era molto discusso durante il varo della delega fiscale del fondo taglia tasse, nel quale dovevano confluire i proventi della lotta all'evasione. Nel testo del governo non è entrato, sarebbe giusto che fosse recuperato durante l'iter parlamentare. Poi serve una semplificazione degli adempimenti fiscali, che costano alle imprese 2,7 miliardi all'anno».
Nel terzo trimestre dell'anno si prevede che solo il 20% delle assunzioni saranno a tempo indeterminato.
«La quota dei lavoratori non a tempo indeterminato in Italia non è significativamente dissimile da quella degli altri Paesi europei. Noi, a questo proposito, abbiamo criticato la riforma del lavoro perché troppo sbilanciata sul versante dell'agibilità degli strumenti di flessibilità in entrata. Per il commercio la flessibilità è fisiologica. E serve una politica per sostenere il terziario che è l'unico in grado di creare nuova occupazione, rappresenta oltre il 50% del Pil e dell'occupazione».