SuperMario nuovo iettatore? Troppo tardi per cominciare

di Mario Cervi

C on l’infausta domenica di Kiev la iettatura ha ancora una volta fatto irruzione nella scena pubblica italiana. Non che sia una novità, la sua presenza è stata nei millenni, dalle Idi di Marzo a Italia-Spagna, un accessorio importante della dialettica e della polemica politica, giornalistica, calcistica, domestica. Nessuno è senza peccato, nessuno può scagliare la prima pietra. Le ultime pietre hanno colpito Mario Monti, ma ce ne sono state per tutti. A Silvio Berlusconi che in un intervento parlamentare rimproverava all’opposizione un catastrofismo denigratorio, dai banchi di sinistra s’era replicato con il grido «non siamo noi a essere pessimisti, sei tu a portare iella».
Quando attecchisce, e mette radici, la fama di iettatore diventa una persecuzione. Nella novella La patente Pirandello ha descritto la vicenda d’un poveraccio, tale Rosario Chiarchiaro, che era stato appestato da questa diceria e che dovunque andasse veniva accolto da espressioni e gesti di scongiuro, evidenti e osceni. La vita dell’infelice era stata rovinata anche dal punto di vista del lavoro. Tanto che a un certo punto s’era presentato a un giudice - tra sfoghi scaramantici d’altri giudici presenti - per chiedere che la sua nomea fosse doverosamente attestata da una patente: e gli desse il diritto d’esigere una tassa da chi non voleva averlo tra i piedi. Professione iettatore.
Non credo proprio che a Mario Monti toccherà la stessa triste sorte. Il vero iettatore si dimostra tale abbastanza precocemente, e gli esperti della superstizione lo avvistano al volo. Tra essi andava senza dubbio collocato Giovanni Leone, che faceva largo uso delle corna: quelle orizzontalmente dirette contro l’interlocutore, quelle rivolte verso influssi maligni provenienti dall’alto, quelle aderenti alla cucitura dei pantaloni, per scaricare verso terra gli influssi maligni. Aveva fatto le corna nel 1973 visitando a Napoli i malati d’una epidemia di colera. Nella Normale di Pisa, dato l’alto livello scientifico dell’ambiente, aveva abbinato - come scrisse Cesare Zappulli - due tipi di corna, quelle puntate davanti a sé e quelle indirizzate al suolo. Poiché nella Camera dei deputati, quando lui la presiedeva, era presente uno marchiato come menagramo, se doveva dargli la parola Leone ricorreva a circonlocuzioni geniali, così da non pronunciarne il cognome.
Anche nel giornalismo il dagli al portasfiga non è sconosciuto. Diversi decenni addietro al Resto del Carlino lavorava un collega, bravissimo e simpaticissimo, che era tuttavia marchiato. Mario Missiroli, direttore del quotidiano bolognese, si consultò con un profondo conoscitore di misteri occulti, per sapere se convenisse tenersi vicino il sospettato, o se gli convenisse allontanarlo. Prevalse la seconda opzione, lo trasferì a Roma.
Quelle che ho citato erano fame collaudate. Mario Monti, lo ripeto, è semmai in una fase di apprendistato, e l’età gli impedirà ai realizzare altre convalide del suo curriculum malaugurante. Le prove fin qui addotte sono del resto deboli. La sconfitta dell’Italia era prevedible e da molti prevista, la stentata vocalità per l’inno nazionale sarebbe grave nel coro della Scala ma in uno stadio può essere tollerata. Resta l’addebito maggiore, il presentarsi a Kiev dopo che aveva calunniato, auspicando una tregua calcistica di due o tre anni per lo scandalo scommesse, la sacralità del pallone. Un po’ di colpa voglio assumermela anch’io per avergli suggerito d’essere a Kiev, immaginando da quali improperi sarebbe stato bersagliato con un’assenza. Avrebbero raffrontato la sua vile diserzione alla coraggiosa presenza del primo ministro spagnolo Rajoy. Mi sono dimenticato di segnalargliela, nel mio piccolo, ma forse una via d’uscita c’era. Monti poteva restare a casa dicendo che lo faceva per solidarietà alla prigioniera politica Julia Tymoshenko. Ma se per caso Buffon e i suoi prodi avessero trionfato, quella spiegazione sarebbe apparsa del tutto inadeguata: non vorrete paragonare un gol alla galera, conta di più il gol.