«Talebani liberi per salvare Prodi»

Il presidente afghano smaschera il governo: «Sono stati loro a
chiederci di intervenire: potevano cadere da un momento all’altro». «Una trattativa così non la faremo mai più».
Sconfessata la versione sulla liberazione di
Mastrogiacomo. Sircana: «Mai parlato di questo con Karzai»

Roma - È uno schiaffo secco e improvviso quello che Hamid Karzai infligge al governo italiano, ripercorrendo le ore concitate della liberazione di Daniele Mastrogiacomo e gettando benzina sul fuoco di polemiche e circostanze mai del tutto chiarite. Un affondo con cui il presidente dell’Afghanistan, in un colpo solo, sconfessa la versione ufficiale del nostro esecutivo e dice in maniera esplicita che la pressione esercitata da Romano Prodi fu determinante per concedere il via libera allo scambio tra i cinque talebani e il giornalista italiano.
Una rivelazione che suscita imbarazzo a Palazzo Chigi e accende le proteste del centrodestra. Reazioni inevitabili visto che Karzai, nel suo intervento, fa ricadere la responsabilità del rilascio dei talebani interamente sul nostro governo e sulla nostra diplomazia. «Ci siamo mossi su precisa richiesta italiana» rivela il presidente afghano in una conferenza stampa, parlando per la prima volta della trattativa per la liberazione dell’inviato di Repubblica. «Era una situazione molto difficile, il governo italiano poteva cadere in qualsiasi momento. Pur sapendo quali sarebbero state le conseguenze, abbiamo concesso la liberazione di alcuni prigionieri talebani e permesso la liberazione dell’italiano» aggiunge Karzai. Il presidente afghano ricorda che circa 1800 militari italiani sono presenti in Afghanistan nell'ambito della missione Nato e che l’Italia sta portando avanti il progetto per la costruzione di un’autostrada fondamentale per il Paese: «Costruiscono le nostre strade. Hanno avuto diritto di chiedere il nostro aiuto e di avere una risposta positiva». Ma queste trattative sono state «un fatto eccezionale» e «non si ripeteranno in nessun caso, con nessun altra persona e con nessun altro Paese».
Karzai esclude che lo scambio per Mastrogiacomo possa spingere i talebani a moltiplicare i sequestri di persona, anche se da martedì si sono perse le tracce di due volontari francesi dell’Ong, «Terre d’enfance», e dei loro tre accompagnatori afghani. Il presidente Karzai fa poi un’altra rivelazione, affermando di aver avuto per la prima volta colloqui diretti con i talebani per tentare di avviare un processo di pace nel Paese. Nel frattempo in Italia sale la tensione per le parole di Karzai sulla trattativa Mastrogiacomo. La vicenda, d’altra parte, era già stata al centro di un caso diplomatico tra Italia e Stati Uniti. Una crisi poi faticosamente ricomposta da una telefonata tra Massimo D’Alema e Condoleezza Rice, nella quale il segretario di Stato Usa aveva comunque esortato ad evitare ogni ulteriore «concessione» alla guerriglia in futuro, malgrado proprio il responsabile della Farnesina avesse provato a sgombrare il campo dai dubbi: l’Italia, aveva spiegato D’Alema, «non ha trattato con nessuno», né tantomeno ha potuto liberare prigionieri che non erano sotto la sua giurisdizione, ma si è limitata a fare da «tramite», passando al governo di Karzai l’elenco ricevuto da Emergency dei prigionieri reclamati dalla guerriglia. «Noi siamo grati al governo afghano - aveva detto D’Alema - ma sinceramente è difficile accusare il governo italiano di aver fatto trattative o liberato terroristi». Oggi, a due settimane dalle parole di D’Alema, Karzai ha fornito la sua versione dei fatti. E a questo punto una richiesta di chiarimenti sarà inevitabile. Giovedì il nostro ministro degli Esteri e il direttore del Sismi, Bruno Branciforte, saranno ascoltati dal Copaco. E nel frattempo arriva una prima replica al presidente afghano da parte del portavoce del governo, Silvio Sircana. «Nei colloqui con il presidente afghano Karzai, non è stata mai messa in connessione la sorte del governo Prodi con l’esito del rapimento di Daniele Mastrogiacomo. Ci si è limitati a chiedere a Karzai e al governo afghano di fare tutto quanto era in loro potere per una soluzione positiva della vicenda».