Tasse, Europa e Senato Per Letta corsa a ostacoli

«Non si può continuare questo calvario con sette voti di maggioranza. Letta deve sapere che così non regge. Non ci può essere un gruppo parlamentare di 30 deputati che ha un ministro ogni sei parlamentari». Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e viceministro delle Infrastrutture avrà anche un problema di doppia poltrona e di incompatibilità, ma con il suo schietto cinismo ha messo a nudo tutti i problemi del governo.
Le parole di De Luca, infatti, sono una perfetta sintesi delle variegate problematiche con cui il premier deve confrontarsi. E, quindi, più che ripetere che «il 2014 sarà l'anno in cui giocheremo all'attacco» Letta farebbe bene a guardarsi le spalle da un presente carico di insidie dietro ogni angolo. Sia dal punto di vista politico che da quello strettamente economico.
L'elenco può ben iniziare dai problemi «tecnici». Uno su tutti: il caos dell'Imu. Il governo non è riuscito a trovare per intero i 4 miliardi necessari a cancellare l'imposta sulle prime case e l'anno prossimo questa tassa sarà riproposta in tutta la sua ruvidezza con un altro nome (Tasi). Può una maggioranza che guarda - se non con fiducia con rispetto - al centrodestra derubricare la tassazione sulla casa a mero incidente di percorso? La risposta è sicuramente negativa. Così come non ci si può esprimere positivamente su privatizzazioni e spending review. «Sono in agenda, le faremo», ha ripetuto ieri il premier. Bastano solo due cifre per chiarificare l'impianto: i tagli dei costi della pubblica amministrazione nel 2014 valgono 60 milioni, mentre dalla cessione delle quote del Tesoro di società pubbliche può venire qualche miliardo che porterebbe alla perdita dei dividendi sicuri, tra gli altri, di Enel, Eni e Terna.
Queste considerazioni puramente matematico-economiche avvicinano il cuore della questione. L'operato del ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, non può essere giudicato sufficiente. Lo sa bene Forza Italia che, anche per questo, ha lasciato la maggioranza. Lo sa bene il Pd di Matteo Renzi segretario in pectore che - sotto sotto - non sarebbe contrario a un rimpasto che consentisse di sottrarre al tecnico di matrice Bankitalia la regia di Via XX Settembre.
E, in fondo, un pretesto per agire si potrebbe pure trovarlo. Pur sorvolando sulle bordate da campagna elettorale dell'ormai ex commissario Ue agli Affari economici, Olli Rehn («L'Italia non sta rispettando gli obiettivi di riduzione del debito»), è chiaro che Bruxelles, essendo succube dei diktat della Germania, avrà sempre un buon motivo per esecrare lo stato dei conti pubblici italiani. Basta uno «zero virgola» e il nostro Paese rischia una procedura per extra-deficit con tutto quel che ne consegue. Di qui l'intenzione dell'Europa di imporre nuove condizioni capestro all'Italia.
Ove non bastassero le minacce europee, per destabilizzare il fragile esecutivo di Letta è sufficiente anche un attacco del tutto strumentale come la nuova mozione di sfiducia grillina verso il ministro Cancellieri per le note telefonate sul «caso Fonsai», un grimaldello ad hoc usato dai magistrati per far capire a Palazzo Chigi e al Quirinale chi comanda veramente. Ecco perché, alla fine, la guerra che Letta rischia di perdere è tutta politica. E per capire la politica bastano quelle semplici parole del cacicco renziano Vincenzo De Luca. «Alfano, non è che facciamo un governo con te sotto ricatto», ha detto. E se non fossero sufficienti ci sono quelle dell'originale. «Dopo la fiducia Letta deve dare entro un mese un programma dettagliato, un patto alla tedesca», ha chiosato il sindaco di Firenze pronto già a lanciare un'Opa su Palazzo Chigi. Letta ha ben poco da minimizzare asserendo che col nuovo segretario «lavoreremo bene» perché rischia di trovarsi con della terra bruciata attorno. A meno che nella confusione generata dal tira e molla sulle poltrone - con gli «alfanidi» che non hanno voglia di mollare neanche un centimetro di strapuntino - non sia Mario Monti a tirare la stoccata letale. Scelta Civica «dovrebbe riflettere prima di assumersi la responsabilità di continuare a far parte di una maggioranza che non desse un segno di svolta riformatrice», fanno sapere. Che i montiani siano in cerca di un posto al sole nel governo è chiaro, ma è altrettanto chiaro che i loro otto uomini a Palazzo Madama possono far saltare il banco in qualsiasi momento.