Tasse, i comunisti le vogliono subito

Il premier frena sull’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie.
Ma Rifondazione: "Rispetti i patti, è nel programma dell’Unione". Il
ministro Nicolais: "Sono contrario ai prelievi". Imbarazzo di
Padoa-Schioppa. <strong><a href="/a.pic1?ID=201106">Fassino ci prova: &quot;Giù le tasse&quot;. Ma il Meeting di Cl lo smaschera e fischia</a></strong>

Roma - «Le dichiarazioni estemporanee non valgono nulla», dice Romano Prodi riferendosi alle proposte di alzare dal 12,5 al 20% l’aliquota fiscale sulle rendite finanziarie, caldeggiate nei giorni scorsi da Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia. «Il governo - sottolinea il premier - decide, presieduto dal presidente del Consiglio, nella sua collegialità». Insomma, Prodi cerca di mettere una pietra sopra alla polemica. Polemica che non piace a Tommaso Padoa-Schioppa. Il ministro dell’Economia teme che argomenti del genere possano surriscaldare ulteriormente i mercati, già in tensione per la crisi dei mutui americani. Non a caso il tasso sui Btp decennali sale dal 4 al 4,5%.

Il disagio di Padoa-Schioppa e le prove muscolari di Prodi, però, non sembrano preoccupare più di tanto Paolo Ferrero. Al contrario, il ministro della Solidarietà sociale rilancia: «Sulla tassazione delle rendite vi è la necessità di far corrispondere i fatti alle parole».
E a dimostrazione che le sue affermazioni non sono “estemporanee”, come sostiene il presidente del Consiglio, il ministro di Rifondazione comunista ricorda con precisione notarile: «Segnalo a tutti gli esponenti della maggioranza che l’armonizzazione delle aliquote con cui tassare le rendite finanziarie è prevista dal programma con cui l’Unione si è presentata alle elezioni; è stata prevista nel collegato alla finanziaria 2007 varata dal Consiglio dei ministri a fine 2006; è richiesta dalla mozione con cui la maggioranza ha approvato al Senato, poche settimane fa, il Dpef 2007». Come a dire: scelte collegiali in tal senso sono state già adottate. Per queste ragioni, Ferrero chiede: «Agli esponenti della maggioranza: in politica gli impegni presi debbono essere mantenuti oppure no? Io penso di sì».
In altre parole, il ministro della Solidarietà ravvede elementi di incoerenza in coloro che prima hanno approvato quelle norme e l’atteggiamento attuale. Senza considerare che, nel frattempo, le condizioni di mercato sono cambiate.

Circostanza che non sembra preoccupare Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori di Prc, che invita il governo ad andare dritto verso l’aumento delle imposte sui guadagni finanziari: «La proposta c’è ed è giusto che vada avanti, dev’essere approvata prima della legge finanziaria».
Pur avendo partecipato ai Consigli dei ministri che votarono la legge delega sull’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, ora il ministro dell’Innovazione nella pubblica amministrazione Luigi Nicolais sostiene di «non essere d’accordo» con l’aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie». E se la prende con Grandi, il sottosegretario all’Economia che nei giorni scorsi aveva confermato l’orientamento del governo di procedere nell’aumento della tassazione delle rendite finanziarie.

Contrario all’operazione sembra anche Mauro Fabris, capogruppo dell’Udeur alla Camera, che chiede a Prodi di revocare le deleghe a Grandi. «Visti i numeri della maggioranza - osserva - nessuna misura fiscale può essere imposta dalla sinistra radicale senza il consenso di tutta l’Unione. Per quanto ci riguarda - aggiunge - nella prossima Finanziaria sosterremo solo le misure volte a ridurre il carico fiscale sui ceti medi produttivi, sulle famiglie, a partire dalla riduzione dell’Ici». Misure che, assicura Piero Fassino, faranno parte della prossima manovra.

In questa situazione, l’opposizione ha facile gioco a ironizzare sulle condizioni della maggioranza. Per Ignazio La Russa, capogruppo dei deputati di An, nel governo siamo «al tutti contro tutti». Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore di Forza Italia, rileva come «Prodi è come l’asino di Buridano» quando rinvia le scelte da fare sul fisco alle decisioni collegiali. E il leghista Roberto Calderoli prevede che con la prossima Finanziaria «il governo chiederà l’oro alla Patria».