Tempesta perfetta su Marini Perde per strada oltre 200 voti

L'ex senatore manca nettamente il quorum: alcuni montiani e leghisti si uniscono al dissenso democratico. Poi Pd e Pdl indicano scheda bianca al secondo round

«Nel Pd c'è stato qualche franco tiratore che ha votato Franco Marini». Il copyright della battuta è di Maurizio Gasparri che scorre i numeri appuntati su un taccuino per cercare di decodificare la mappa della clamorosa sconfessione parlamentare toccata al candidato per il Quirinale da parte dei franchi tiratori del Partito democratico.
Una tempesta perfetta, uno schiaffo a mano aperta rivolto all'ex presidente del Senato, leader della Cisl e tra i fondatori del partito Via del Nazareno, giova ricordarlo. Ma anche e soprattutto al segretario Pier Luigi Bersani, sconfessato e sgambettato plasticamente dai suoi stessi parlamentari. Alla fine del conteggio della prima votazione Marini non raggiunge il quorum. Anzi si ferma ben al di sotto della soglia: 521 voti, 151 in meno del numero magico necessario nelle prime tre votazioni per varcare la soglia del Quirinale, ovvero 672 voti, i due terzi del plenum. Niente di fatto anche al secondo turno perché Pd e Pdl votano scheda bianca (con 230 voti per Rodotà, 90 per Chiamparino, 38 per D'Alema e 418 bianche).
Il test politicamente rilevante è comunque il primo, quello mattutino. I votanti, in questo caso, sono 999 su 1007 grandi elettori. Il bacino potenziale dal quale partiva il candidato al Colle era di 745 voti: Pdl, Lega, Fratelli d'Italia, Pd (tranne i 51 renziani) Scelta Civica. Ebbene, rispetto al serbatoio complessivo, Marini nella prima votazione ottiene 224 voti in meno, 151 voti mancanti rispetto al quorum (oltre a una valanga di schede bianche). Stefano Rodotà, candidato M5S, raccoglie molti più voti rispetto ai 163 di partenza: all'ex presidente dell'Authority per la Privacy vanno 240 voti, 77 di più: 45 sono di Sel, altri 32 provengono dal Pd.
Coloro che non votano per Marini, manifestano il loro dissenso in vari modi. La scheda bianca è la scelta fatta da 104 grandi elettori. Molti renziani votano per l'ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino (41 voti). Romano Prodi ottiene 14 suffragi, Emma Bonino 13, Massimo D'Alema 12. In dieci votano per la riconferma di Giorgio Napolitano, altri sette per Anna Finocchiaro, in due per Annamaria Cancellieri e Mario Monti.
Di fronte a un flop di questo tipo tutti si esercitano nella ricerca del franco tiratore o dell'«astenuto ignoto». Naturalmente appare evidente che la stragrande maggioranza dei voti mancanti a Marini proviene dal Pd ed è figlia del caos andato in scena durante l'assemblea di mercoledì sera. Ma lì erano in 120 a dissentire. Quindi i franchi tiratori che hanno affossato Marini potrebbero essere arrivati anche da altri lidi. Dai montiani - c'è chi azzarda che fossero una ventina i dubbiosi - ma anche dalla Lega che non sembrava granitica. Sospetti anche sul Pdl: alcuni deputati durante lo spoglio in Aula alla Camera, quando è chiaro che Marini ha fallito l'obiettivo, non trattengono un applauso.
C'è un altro aspetto che i parlamentari di maggiore esperienza fanno notare. Su molte schede viene indicato semplicemente il cognome «Marini». Circostanza questa ad alto rischio di contestazione, visto che avvenne già nel 2006, in occasione dell'elezione dell'ex segretario dei Popolari a presidente di Palazzo Madama. Peraltro questa volta è anche presente una grande elettrice umbra, Catiuscia Marini, omonima del candidato. Una coincidenza che avrebbe reso automatico l'accoglimento di un ricorso. E fatto scattare una potenziale trappola anche in caso di raggiungimento del quorum.