«Tentato suicidio» Lando e il tormento del merlo maschio

Salvo dice che suo fratello Gerlando, detto Lando, ha avuto un semplice colpo di calore e ora sta bene. Eppure ieri mattina Gerlando Buzzanca ha provato a lasciare la vita propria, i figli Mario e Massimiliano, il fratello Salvo, ha riempito un foglio bianco di pensieri ultimi e amari, ha preso una lametta e ha cercato di tagliarsi le vene. Lando Buzzanca due anni fa aveva tentato la stessa fine. Il dolore per la morte precoce di Lucia, moglie sua e compagna di vita, lo aveva portato alla decisione, la vasca del bagno colma di acqua calda, una lametta. L'ingresso in casa, improvviso e imprevisto, dei figli aveva bloccato quel tremendo gesto d'addio.
Lando Buzzanca compirà settantotto anni il ventiquattro di agosto. È un maschio siciliano di aspetto ancora forte e bello, la voce è potente, il sorriso solare come la sua terra, Palermo, la Sicilia capace anche di farsi buia e chiusa, d'improvviso.
Dicono che Buzzanca sia entrato di nuovo in crisi per un copione che gli sarebbe stato cambiato, una scrittura da lui ideata ma che non è piaciuta a qualche produttore, regista, dirigente.
Lo specchio della vita diventa opaco, lentamente. Pensando di pulirlo, cerchi di appannarlo con il fiato, l'immagine resta confusa. I giorni hanno ore lunghissime, a volte silenziose. La gente di spettacolo fa i conti con una luce che non è più quella dei riflettori.
Capita anche agli uomini di sport, agli artisti del cinema e del teatro, ai maestri di giornalismo, il mattatore non accetta di lasciare il posto di capotavola, lo occupa anche quando resta solo, dimenticato. Sean Connery, Alain Delon, Vittorio Gassman, a loro è accaduto, accade, di non sentire più il trillo del telefono, di non vedere più il proprio cognome in testa al cartellone, di osservare altro, altri recitare al posto, nel ruolo che fu il loro.
Lando Buzzanca si porta appresso lo strazio di Lucia che se ne è andata troppo presto, i figli lo hanno stimolato a vivere e non sopravvivere, il lavoro lo ha gratificato nuovamente rilanciandolo e riscattandolo dal repertorio, datato, del merlo maschio, del siciliano assatanato di «fimmine» dovunque e comunque. Qualcuno dovrebbe sapere e ricordare che Buzzanca ha offerto la propria arte di interprete a De Sica e Germi, a Petri e Risi, Steno, Zampa, Loy, a Lattuada e a Festa Campanile. Cito, così, a memoria, per una storia e una carriera lunga e male illuminata dalla propaganda culturale e ideologica di un Paese, l'Italia bella, dove chi non si butta a sinistra, come diceva Totò, fatica a camminare, non corre, incontra ostacoli, viene emarginato o compatito, considerato, come è stato per Gerlando detto Lando, un attore di serie B, pecoreccio come i film da lui interpretati, tra culi, tette e letti caldi. Nel 1975 fu presente nelle sale cinematografiche con tre pellicole, Il merlo maschio, Homo eroticus e Il Vichingo venuto dal sud. Erano botteghini pieni, con quei soldi si fece l'attico e il superattico.
Ma l'artista Buzzanca è ben altro, a diciassette anni studiava all'accademia di arte drammatica Sharoff, la prima ad avere utilizzato il metodo Stanislavskji, la fucina di fenomeni teatrali come Carmelo Bene. Buzzanca di quell'accademia è presidente, ha pedalato in salita, mentre altri sodali suoi, compagni per interesse, stavano nel gruppo di testa, tra sagre di partito e premi alla tessera o alla dichiarazione di appartenenza. Uomo di destra ha spiazzato la sua parte quando ha accettato, con entusiasmo e profondo impegno, il ruolo del commissario Vivaldi, padre di un ragazzo omosessuale, una vicenda prima sofferta e poi appassionata. La qualcosa, come da copione nostrano, male è stata recepita dalla corrente di destra. Roba piccola a confronto di quello che stava per accadere ieri mattina e che non è accaduto come si deve in un film, in un testo teatrale. Di se stesso, appunto, ha detto: «A un certo punto mi sono comprato la libertà, con il teatro: Feydeau, Shakespeare, Pirandello».
La libertà di recitare. Ma soprattutto di vivere.