Terremoto su Ubi Banca indagati Bazoli e Pesenti

I l peccato originale. Gli esposti dei soci di minoranza. Oggi le perquisizioni. Ubi Banca, finisce nel mirino della procura di Bergamo che iscrive una decina di persone nel registro degli indagati. Fra di loro almeno un paio di nomi eccellenti: Giovanni Bazoli, presidente del comitato di sorveglianza di Intesa Sanpaolo ma qui sotto inchiesta per ostacolo all'attività di vigilanza e Giampiero Pesenti, presidente di Italcementi, accusato di truffa e riciclaggio in tutt'altra vicenda.
L'indagine passa alla moviola la nascita di Ubi Banca. È il 2007: la Bpu, Banche Popolari Unite, si unisce alla Banca Lombarda e Piemontese e così, con epicentro fra Bergamo e Brescia, nasce quello che è oggi per capitalizzazione il terzo istituto di credito italiano. Un gruppo solidissimo, come dimostrano i dati diffusi anche ieri, all'incrocio fra l'alta borghesia bresciana e le grandi famiglie imprenditoriali orobiche. Secondo l'accusa, due gruppi di azionisti di Ubi-Banca - l'Associazione amici di Ubi e l'Associazione Banca lombarda e piemontese, quest'ultima presieduta da Bazoli - avrebbero varato un sistema di regole per gestire la governance dell'istituto di credito senza comunicarlo all'autorità di vigilanza. Insomma, Ubi Banca sarebbe stata amministrata in base a patti parasociali riservati. Meglio, segreti. Ma questo è solo un filone dell'inchiesta.
C'è poi un altro lato, sconcertante, che nulla a che fare con il primo: qui si contestano il riciclaggio e la truffa di alcuni dirigenti di Ubi-Leasing. In sostanza la magistratura ipotizza gravi irregolarità nella compravendita di beni di lusso, come aerei e barche. Status simbol sfavillanti che in più di un caso sarebbero stati ceduti in leasing a soggetti «deboli». Risultato: l'emergere via via, puntuale come un orologio svizzero, di difficoltà nel pagamento delle rate concordate; così i beni tornavano nella disponibilità di Ubi-Leasing che a sua volta, attraverso perizie al ribasso, finiva col riassegnarli agli amici degli amici. Naturalmente, a prezzi stracciati. Il catalogo del lusso low cost comprende, a sentire gli investigatori, un Falcon Cessna da 9 posti appartenuto, a suo tempo, all'ex agente dei vip Lele Mora. E poi una barca Akhir 108 del valore di 10 milioni di euro. Il Falcon, del costo di 1,8 milioni di dollari, fu acquistato da Lele Mora e ritirato quando l'ex agente entrò nella tempesta, infine svenduto a una società in Delaware per soli 60mila dollari. Tortuoso anche il giro della barca, passata di mano più volte con un graduale e inesorabile deprezzamento: dai 10 milioni ai 3,6 finali versati da Giampiero Pesenti per inserirla nel proprio portafoglio.
Ubi Leasing è dunque il punto infiammato di una banca che sembrava avere il vento in poppa. E invece le operazioni spregiudicate provocano già nel 2012 un'ispezione di Bankitalia che si conclude con una raffica di multe. Contemporaneamente partono gli esposti: il primo porta la firma di Giorgio Jannone, presidente delle cartiere Pigna ed ex parlamentare del Pdl che si era candidato senza successo alla guida di Ubi Banca in alternativa allo storico gruppo dirigente insediatosi con la benedizione dei due padri di Ubi: Giovanni Bazoli per Banca Lombarda e Emilio Zanetti per Bpu. Poi a rincarare le accuse, ecco farsi avanti anche Elio Lannutti di Adusbef. Ora Lannutti applaude le perquisizioni con parole durissime, parlando di «gangster travestiti da banchieri». «Nel 2013 - ribatte Victor Massiah, ceo di Ubi, pure indagato - è stato sostituito il management e da oltre un anno e mezzo sono state adottate soluzioni gestionali e organizzative, anche in coerenza con quanto raccomandato dalla Banca d'Italia».
Insomma, la banca si difende. E prende posizione anche Stefano Lojacono, legale di Bazoli: «Gli accordi che hanno dato vita a Ubi così come tutti i successivi sono stati recepiti negli statuti come in atti ufficiali debitamente comunicati». Insomma, almeno su questo lato si tratterebbe di una tempesta in un bicchier d'acqua.