Terroristi, serial killer e boss mafiosi inquilini con affitti da 400 euro l’anno

Jonathan, 25 anni, sposato con due figli, ha un contratto a termine da 1.300 euro al mese. Troppi per ottenere una casa popolare dell’Aler, troppo pochi per trovare una sistemazione dignitosa a prezzi di mercato. Vive dalla madre a Lorenteggio, periferia sudovest di Milano. Ci stanno pure sua sorella e sua cognata: in tutto sono in sette, in 50 metri quadrati. Sempre a Milano ma in zona Giambellino, invece, ha vissuto per anni in un alloggio pubblico un «nullatenente», emigrato dalla Sicilia, che si era dimenticato di dichiarare la proprietà di 10 appartamenti più box auto a Catania. Gli ispettori dell’Aler lo hanno scoperto quest’estate: pagava 396 euro di affitto. All’anno.
Jonathan deve avere pazienza, come gli altri 20mila milanesi in fila nelle graduatorie dell’Aler. Il veronese Marco Furlan è stato più fortunato. La casa popolare l’ha ottenuta subito attraverso un’associazione non profit, anche se proviene da una famiglia altoborghese e ha un curriculum di altissimo livello: laurea a pieni voti in Fisica e in Ingegneria, lavora come consulente per un’azienda di informatica. Per chi non l’ha riconosciuto, Marco Furlan è «Ludwig», il serial killer neonazista che tra il 1977 e il 1984 uccise 15 persone, soprattutto nomadi e senza tetto, e che fra un paio di settimane sarà di nuovo libero.
Gaetano Paccagnella, padovano, 51 anni, invalido al 50% dopo un incidente stradale, faceva il facchino ma l’anno scorso ha perso il lavoro. Vive con la madre in un appartamentino in periferia, l’unico loro introito è la pensione di reversibilità della signora, 677 euro. Di affitto ne pagano 650. Per vivere, ai Paccagnella restano 27 euro al mese: 45 centesimi a testa al giorno. Eppure nelle graduatorie per gli alloggi pubblici sono indietro. La conferma arriva dall’assessore comunale alla casa, Daniela Ruffini (Rifondazione): «Nel 2006 avevano 15 punti. Pochini. È il terzo anno che fanno domanda, dovevano pensarci prima». E poi quest’anno a Padova 150 alloggi comunali sono andati direttamente agli ex inquilini del ghetto di via Anelli, in deroga alle graduatorie. Sì, via Anelli, la centrale dello spaccio di droga che il Comune aveva isolato con un muro di lamiera alto due metri.
Insomma, non basta essere poverissimi per vivere in una casa popolare. Ma essere dei criminali può aiutare. Anche perché il modo più semplice per ottenere l’alloggio resta sfondare il portone a colpi di spranga e occuparlo abusivamente. Le nuove Brigate rosse, sempre a Padova, hanno fatto così. Negli anni ’70 i terroristi dovevano trovare dei fiancheggiatori che prendessero in affitto a loro nome gli appartamenti da trasformare in «covi». Oggi non è più necessario. Claudio Latino, il presunto «stratega» del nuovo gruppo di fuoco smantellato dalla Procura di Milano, e Amarilli Caprio, l’unica donna dell’organizzazione, vivevano da tranquilli abusivi in due appartamenti dell’Ater. Sicuri che nessun ispettore li avrebbe mai disturbati per un controllo. E infatti per sfrattarli c’è voluto l’arresto, con l’accusa di associazione eversiva finalizzata alla lotta armata.
Cristoforo Piancone invece ha fatto tutto in regola. Nome di battaglia «Gerrard», membro della direzione strategica delle Br, arrestato nel 1978 e condannato all’ergastolo per 6 omicidi, mai pentito né dissociato, nel 2004 ha ottenuto la semilibertà grazie all’«ottima condotta penitenziaria». Uscito di prigione, Piancone ha presentato domanda al Comune di Torino per essere inserito nelle graduatorie delle persone «con disagio abitativo». La commissione comunale ha approvato la richiesta, e una cooperativa finanziata dal municipio ha trovato a tempo record un’ottima «soluzione abitativa» per il pluriomicida. Se alla fine Piancone in quella casa ad «affitto politico» non c’è mai entrato, è solo perché il primo ottobre dell’anno scorso, alla vigilia del trasloco, ha deciso di far tappa a Siena per una rapina a mano armata in uno sportello del Monte dei Paschi. Bottino: 130mila euro. Nessuna motivazione politica, quei soldi gli avrebbero fatto comodo per arredare la nuova casa. Nel giro di poche ore però è finito di nuovo in carcere, dove trascorrerà i prossimi 16 anni, salvo nuovi sconti.
Nove chilometri a sud del capoluogo piemontese, a Moncalieri, aveva l’usufrutto di una casa popolare il signor Cesare Gramuglia, 43 anni, di professione boss della ’ndrangheta. Arrestato dai carabinieri di Locri nel novembre 2007, ha continuato per mesi a subaffittare l’appartamento a 7 extracomunitari. L’alloggio è stato sgomberato solo a settembre. Niente di strano, allora, se 20 giorni fa anche il camorrista Ernesto Bardellino ha presentato domanda di casa popolare al comune di Formia, in provincia di Latina. Lo Stato gli ha confiscato una super villa e 12 milioni di euro di «risparmi», e ora don Ernesto non sa proprio come fare, lui che, scrive nella lettera al sindaco, è «fermamente contrario a ogni tipo di violenza» e si è sempre ispirato a «valori cristiani».
Ex Br irriducibili e aspiranti terroristi. Boss della malavita organizzata e assassini seriali. Certo, nei 670mila alloggi popolari sparsi per l’Italia questi inquilini sono eccezioni. Ma non lo sono le migliaia di abusivi che hanno invaso palazzi destinati a famiglie in difficoltà e li hanno trasformati in bunker, luoghi franchi di prostituzione e mercati rionali di droga. Per Jonathan che con un lavoro precario e due figli non arriva a fine mese, per Gaetano Paccagnella che ha passato i cinquant’anni e un lavoro rischia di non trovarlo più, in fondo non fa molta differenza: hanno solo bisogno di aiuto. In fondo, il «manifesto» delle occupazioni l’ha firmato un abusivo «qualunque» della periferia milanese, Vincenzo C., 28 anni. Quando gli agenti della polizia lo hanno sfrattato, hanno trovato imbrattata nella parete del salotto una scritta: «Grazie Aler, ho avuto una casa gratis senza pagare un cazzo. Questi sette anni mi hanno fatto comodo, ora con tutto il cuore vi dico andate affanculo, bastardi». Ma a essere stati presi in giro, più che i dirigenti dell’Aler, sono state le migliaia di famiglie povere che a quell’appartamento avevano diritto davvero.