Tommy: ergastolo ad Alessi, 30 anni a Conserva

Dure richieste dei pm di Parma per due dei responsabili del rapimento del bimbo di 17 mesi concluso con la morte del piccolo: carcere a vita per Alessi e 30 anni ad Antonella Conserva. Che ora si difende: "Io non c’entro, sono sotto choc da due anni"

Due anni, dopo, finalmente, parla. Anche lei. La donna impenetrabile, quella di cui non si scorge l’anima, il sentimento e ancor oggi nemmeno il pentimento. Antonella Conserva, trent’anni, la più anonima - ma per l’accusa la vera mente - di quella banda sgangherata e omicida che il 2 marzo 2006 rapì un bimbo di diciotto mesi. Si chiamava Tommaso Onofri, il figlio del direttore delle Poste di Parma.

Una notte fredda e nebbiosa a Casalbaroncolo, pugno di case sparse nella Bassa emiliana. Fu cercato per un mese il piccolo Tommy. Esattamente un mese dopo si scoprì che era stato buttato come un pupazzo rotto a un paio di chilometri da casa. In un prato, sotto un cumulo di erbacce, ucciso. Subito dopo il sequestro. Per quel delitto furono arrestati Mario Alessi (compagno della Conserva) e Salvatore Raimondi, ex pugile senza futuro con un presente da manovale. Ma perché ammazzare quel piccino? È la domanda alla quale il processo, tra frammenti di verità, menzogne ma anche dati oggettivi, ancora non riesce a dare risposta.

Silverio Piro e Lucia Musti, pubblici ministeri di questo dibattimento destinato a portare giustizia ma forse non tutta la verità, nella loro requisitoria ammettono il «buco nero»: quasi nove ore per ripercorrere quei drammatici giorni di due anni fa. E per chiedere l’ergastolo, con isolamento diurno e notturno, per Mario Alessi, accusato di omicidio volontario e 30 anni di reclusione per Antonella Conserva, lei accusata di concorso in sequestro di persona seguito da morte dell’ostaggio. In più una convinzione, che tuttavia dalle carte non è facile estrapolare: ovvero che l’omicidio fosse premeditato. «Come si poteva pensare - attacca Piro - di tenere quel bebè prigioniero in un cascinale nutrendolo a pane?». Quesito logico che il ping pong di reciproche accuse tra gli imputati non ha risolto. Come nemmeno il tentativo di spiegazione dei pm: «Il sospetto è che per evitarsi una notte scomoda avessero già deciso di uccidere il bambino».

In aula la Conserva, per un attimo tremula, aveva appena provato a raccontare la sua verità diversa. Leggendo un promemoria.
«Ripeto con forza che sono innocente, che Salvatore Raimondi mi accusa falsamente per evitare l’ergastolo. Le sue menzogne stanno per venire fuori una dopo l’altra. È stato lui a portare via il bimbo dal seggiolone. La mia unica colpa è quella di essere stata la compagna di Mario Alessi. Sono in confusione mentale da due anni. Mi hanno strappato mio figlio e mi hanno gettato in carcere senza colpa».
Si chiama fuori, dunque, la donna della banda. Eppure, i racconti di Raimondi, l’unico al quale gli inquirenti hanno sempre creduto, la inchiodano. Sarebbe stata proprio lei a confezionare con delle calze i passamontagna da utilizzare la notte del sequestro. Sempre lei partì in auto per andare a prendere il compagno subito dopo il blitz a Casalbaroncolo. Avrebbero dovuto trasportare il bimbo nel cascinale abbandonato di Citerna scelto come «prigione».

Il pm non ha dubbi: «La Conserva ha avuto un ruolo che definisco sine qua non, indispensabile. Sarebbe poco credibile che Alessi una personalità insulsa, che non è in grado da solo di spostare una foglia, succube della superiorità psicologica della donna potesse organizzare il rapimento».

Il papà di Tommy, con accanto la moglie in lacrime, ascolta soddisfatto le richieste dell’accusa. «Questa è giustizia. Sono le pene previste dal nostro Codice penale: è stato chiesto il massimo». La sentenza, stavolta, sa di scontato.