Trasferta in massa della corte per interrogare il pentito

Milano Aula bunker di via Ucelli di Nemi, nel gelo del quartiere di Ponte Lambro: qui, in uno dei posti più tristi della periferia milanese, si trasferisce questa mattina per tre giorni la carovana del processo Stato-mafia, quello sulla presunta trattativa che negli anni Novanta sarebbe intercorsa tra le istituzioni e Cosa Nostra. L'intera corte d'assise di Palermo, e poi decine tra avvocati, cancellieri, imputati, investigatori hanno lasciato ieri Palermo per affrontare i tre giorni a Milano. Motivo della trasferta: è previsto l'interrogatorio del pentito Giovanni Brusca, anch'egli imputato, che è il principale tra i testimoni d'accusa, visto che fu il primo a parlare del «papello» in cui Riina e compari avrebbero riassunto le richieste per cessare la strategia delle bombe. E poiché si ritiene che portare Brusca a Palermo sia troppo pericoloso, è l'intero processo a spostarsi a Milano.
Perché Brusca non sia stato interrogato in videoconferenza non è chiarissimo, visto che altri pentiti - come Antonino Giuffrè e Leonardo Messina - sono stati sentiti in questo modo nelle scorse udienze. Ma la Procura aveva chiesto di averlo fisicamente in aula, e la Corte ha acconsentito. Così è stato dato il via alla complicata trasferta di massa. Resa ancora più complicata nelle ultime ore dall'allarme sulla sicurezza del dottor Nino Di Matteo, uno dei pm che rappresentano la pubblica accusa. Di Matteo sarebbe nel mirino di Totò Riina, pure lui imputato, e detenuto nel carcere di Opera, dove avrebbe confidato a un compagno di prigionia i suoi propositi omicidi sul pm. A quel punto, ed è un'altra stranezza, si è deciso che Di Matteo oggi non verrà a Milano per non esporlo a rischi. Ma non viene spiegato perché per Brusca si sia deciso che Milano è sicura e Palermo pericolosa; e per il dottor Di Matteo esattamente il contrario: a meno che la vicinanza fisica tra il bunker di Ponte Lambro e la cella di Opera dove Riina sta sepolto al 41 bis sia stata considerata di per sé un fattore di rischio. E comunque che lo Stato non sia in grado di garantire la sicurezza di un suo funzionario, dovunque egli si trovi, fa una certa impressione.
Tutto ciò premesso, la testimonianza di Brusca si annuncia un passaggio cruciale del processo, dove come è noto sono imputati, oltre all'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, anche alti ufficiali dei carabinieri come Mario Mori e Antonio Subranni, tutti accusati di avere fatto da pontieri tra Cosa Nostra e le istituzioni. Il problema è che le dichiarazioni di Brusca (a meno che a sorpresa non ne saltino fuori delle altre) sono le stesse già esaminate nei processi a Mori per la mancata perquisizione del covo di Riina e il mancato arresto di Bernardo Provenzano: finiti entrambi con l'assoluzione del generale.