Tre milioni di italiani non cercano più un posto

Di sicuro, tra di loro, ci sono ancora quelli che le mamme di una volta chiamavano fannulloni, quei perdigiorno da romanzo popolare che si alzavano dal sofà solo per trascinarsi verso i biliardi e le sale corse. E pure, nella declinazione più recente del ministro Elsa Fornero, i cosiddetti choosy, coloro poco o nulla disposti ad accettare soluzioni di ripiego. Ma in Italia, tra i quasi tre milioni di «lavoratori inattivi», per usare la definizione burocratica-eufemistica con cui l'Istat classifica chi non cerca un impiego da almeno un mese, certo non mancano quanti sono stanchi di rincorrere, più che il fisso, almeno un posto serio.
Giovani e meno giovani che non ne possono più dei lavori farlocchi proposti dai tanti siti di collocamento online, degli stage mal retribuiti e di non avere modo di progettare un futuro.
Un vero esercito senz'armi che dà la misura dell'emergenza, pur restando forse più sottotraccia rispetto a un tasso di disoccupazione all'11,6% (in febbraio), la spia rossa più evidente sul quadro di comando nel nostro mercato del lavoro.
Se gli Stati Uniti sono alle prese con una jobless recovery, una ripresa incapace di generare tanti nuovi posti di lavoro, l'Italia è messa peggio, molto peggio. Stretti come siamo dalla camicia di forza dell'austerity, abbiamo inoculato nell'economia tanto veleno recessivo da rendere difficile ipotizzare, almeno a breve, la riapertura della fabbrica delle assunzioni.
«Le aziende chiudono», ha ricordato ieri il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, nell'invitare le forze politiche a intervenire subito.
Gli ultimi cinque anni, scanditi prima dal virus dei mutui subprime e poi dalla crisi del debito sovrano, dimostrano del resto come il problema si sia incancrenito: rispetto al 2008, oggi ci sono 1.238.000 disoccupati in più per un totale di 5,72 milioni di persone a spasso. Bankitalia, inoltre, denunciava ieri la sparizione di 600mila occupati dal 2007, e la perdita di setti punti del Pil. Ma l'aspetto più inquietante è dato dalla prevalenza degli «inattivi» (2,975 milioni, mai così tanti dal 2004) sui disoccupati in senso stretto (2,7 milioni). E dal fatto che sono 1,3 milioni gli italiani che da ben più di un mese hanno smesso di cercare un impiego.
Sono gli scoraggiati, gente dalla fiducia azzerata che rischia di restare per sempre ai margini del mondo produttivo. L'alternativa? L'emigrazione, un fenomeno che va peraltro amplificandosi col risultato di impoverire il Paese sia in termini di gettito fiscale, sia di competenze quando a espatriare sono i nostri «cervelli».
Quella dell'Italia è tra l'altro una sorta di specificità che non ha riscontro a livello europeo, visto che la quota degli inattivi è oltre tre volte superiore alla media europea (3,6%) e che i disoccupati Ue (circa 25 milioni) sono più del doppio rispetto alla categoria degli inattivi (8 milioni e 800 mila). Si tratta di uno spread probabilmente legato al fatto che, Oltreconfine, la percezione di poter trovare un impiego è superiore rispetto a un mercato così ingessato come quello italiano.
Le prospettive? Fosche. A sentire la Bce, negli ultimi tre mesi del 2012 la disoccupazione nell'eurozona ha raggiunto livelli senza precedenti e peggiorerà nel primo trimestre di quest'anno. È il segno che nè i tassi al minimo storico, né i 1.000 miliardi erogati alle banche da Mario Draghi hanno rimesso in moto l'economia reale. Non è forse arrivato il momento di rivedere la politica del rigore, prima che strangoli tutto e tutti?