Troppi giorni di stop ormai sono un lusso

di Viene facile pensare che la proposta del governo di cancellare le festività sia un residuo del caldo dei vari Caronte e Minosse, tuttavia non è giusto scartare a priori ogni idea prima di valutarla e questa è forse meno sciocca di quanto possa sembrare, sia dal punto di vista del beneficio per l'economia sia per semplice coerenza (che come vedremo, potrebbe avere due interpretazioni).
È infatti logico che per chi si è sempre espresso su queste pagine a favore della flessibilità e della totale liberalizzazione degli orari e delle chiusure di fabbriche e negozi, appaia sbagliata qualsiasi battaglia in favore del mantenimento di ogni chiusura per legge dei luoghi di lavoro, anche se fosse Capodanno. Figuriamoci per date legate a festeggiamenti non esattamente vicine alle tradizioni delle famiglie. La serrata obbligatoria è un semplice retaggio di un mondo che non esiste più, quello del fischio di chiusura delle fabbriche, con il fiume di operai che usciva da cancelli neri stile Mordor, per poi mettersi, tutti insieme, in coda verso una spiaggia miraggio. Bene, che ci sia ancora qualcuno nostalgico di quel «paradiso» non deve stupire visto che la gente spesso ha nostalgia delle epoche più buie, tuttavia è probabile che quegli stessi «nostalgici», durante le feste comandate, siano tra i primi ad inveire contro le serrande sbarrate (se rimangono in città) o contro i prezzi di lusso e il tutto esaurito nelle località di vacanza.
La verità è che fare tutti insieme le stesse cose come un gregge non ha senso né logica. Far cadere la penna, magari nel momento di massima attività per un'azienda, semplicemente perché un giorno è cerchiato di rosso sul calendario per poi magari passare giorni a fissare il muro o a scrivere agli amici su Facebook è senza senso. In un mondo ideale le ferie dovrebbero essere concordate tra il lavoratore e l'azienda in modo tale da ottimizzare la soddisfazione per entrambi. Ogni volta che, per esempio, si sono applicati esperimenti di apertura domenicale dei negozi si è avuto un'incremento delle vendite pari al 2 per cento con un incremento potenziale del pil (secondo le stime di Federdistribuzione) pari a mezzo punto percentuale. Ricordiamo poi esempi virtuosi come il tanto celebrato «metodo Luxottica», con impianti in funzione a ciclo continuo grazie alla libera scelta da parte degli impiegati di turni, sulla carta proibitivi, ma in realtà graditi in quanto consentono libertà nei momenti «normali» della giornata.
Se una produzione non interrotta da stop arbitrari porta vantaggi, figuriamoci invece all'opposto l'effetto di quegli anni «fortunati» dove le feste capitavano tutte a metà settimana creando «ponti» infiniti. È probabile che a parità di altre condizioni l'impatto anche solo di una razionalizzazione (sullo stile del bank holiday anglosassone) con il posizionamento della festività al lunedì possa essere pari a ben più di di un punto di pil. Temiamo però che il governo abbia un'altra idea in testa e lo si capisce dalle cifre che Polillo ha snocciolato, parlando di «recupero del margine per le imprese» che non avessero più dovuto pagare le ferie. L'impostazione «filo Merkel» prevede infatti che la competitività si recuperi tramite deflazione, vale a dire per i lavoratori essere pagati (molto) di meno con stipendi tagliati grazie al fantasma della disoccupazione. In questo caso la scelta di fondo è sbagliata ma il taglio delle feste è coerente con questa impostazione, basta dirlo chiaro.