Tutti schiavi del pulsante che «riavvolge» all'indietro

Dalla musica alla pubblicità, facciamo fatica a guardare avanti. E così persino le nuove idee rischiano di nascere già vecchie

Rewind significa «riavvolgere». Ci fu un tempo lontano in cui Tecnolandia era sotto il dominio dei fratelli Walklman e Videoregistratore; nei petti di entrambi i sovrani palpitava un cuore plastificato di cassette vhs piene di nastri e nastrini, un bel giorno spazzati via da luccicanti cd e dvd. A sopravvivere rimase solo quel tasto con le freccette: la funzione rewind, appunto. Perché anche nell'era più avanzata (l'attuale, ma anche tutte quelle che verranno) ci sarà sempre bisogno di «riavvolgere» qualcosa. Non ci riferiamo solo a film, brani musicali, eventi sportivi e via registrando, ma al «riavvolgimento» dei nostri pensieri, delle nostre azioni, dei nostri dolori, delle nostre gioie. Insomma, al «riavvolgimento» della nostra vita.
Benvenuti dunque nell'epoca del rewind. Rewind possibili, impossibili e virtuali. L'Italia è il paese, da sempre, che preferisce guardare all'indietro («riavvolgendo» il passato) piuttosto che guardare al futuro (avvolgendo il «nastro» in avanti). Noi siamo quelli del «si stava meglio quando si stava peggio...», «ai miei tempi certe cose non succedevano...», «di questo passo dove andremo a finire?» ecc. Una bella tradizione retrograda, non c'è che dire.
Sarà per questo che la parolina rewind va tanto di moda. La canta Vasco Rossi, la ripesca la Piaggio per lanciare la nuova Vespa, la de-naftalinizza Carosello per riproporre l'improponibile, la adottano ditte e società per darsi una patina di modernità, la usano programmi tv per allontanare lo spauracchio del flop, la masterizzano i dj per adrenalizzare party al pentothal.
E gli «stilisti»? Figuriamoci se all'appello potevano mancare loro. Un sito si chiama rewind-style e spiega così la sua «filosofia»: «Una vecchia cassetta, un film in bianco e nero, la coperta di quando ero piccolo... I ricordi di un tempo, la dolcezza di una foto ritrovata... La maglietta preferita, il vecchio zaino di scuola... Rewind nasce dall'idea di rivedere le cose di un tempo e ridipingerle di nuovo. Nasce dal ricordo, cui diamo un profumo di oggi e il colore vivido di ciò che è attuale. Nasce dalle cose che usavamo un tempo, con la sorpresa del nuovo e con l'emozione di ritrovarle. Rewind vuole trovare i tuoi ricordi, ridipingerli e dare loro una pennellata di novità».
Su Facebook è tutto un fiorire di «riavvolgimenti» (all'indietro, ovviamente) come quello che nel '99 nasce come «progetto Rewind», perfezionatosi negli anni per meglio «riproporre il meglio della dance 70-80 sia nella musica che negli abiti e nelle coreografie. Un'esperienza da non perdere!».
Ma attenzione a non far regredire il concetto «alto» del rewind nell'ambito «basso» dell'amarcord. La «sindrome da rewind» di cui ci piacerebbe essere vittima non ha nulla a che vedere col reducismo da déjà vu, ma è qualcosa che si rifà ai «riavvolgimenti» del filosofo americano, Goodman Nelson: «Ora che l'alba della filosofia, dove tutto era da costruire, è irrimediabilmente perduta, il lavoro del filosofo è per lo più un riconcepire, un rifare il già fatto, un convertire la sua creazione». Partendo proprio da questo presupposto Goodman ha sviluppato un approfondimento dei concetti di rappresentazione, interpretazione e variazione e delle tematiche teoriche di campi quali architettura, pittura, musica e psicologia. Concetti fumosi? Mica tanto. L'applicazione è pragmatica: evitare che possibili idee innovative nascano già vecchie. In Italia a più di qualcuno già fischiano le orecchie. Ma qui il discorso si fa complesso. Meglio «riavvolgere» il nastro. E riascoltare con calma.


di Nino Materi

Commenti

Nadia Vouch

Gio, 04/07/2013 - 12:41

A volte vogliamo fare rewind per la paura di scoprire o di ammettere quanto siamo cambiati senza accorgercene. E' un po' come guardare alla vecchiaia degli altri, che ci ricorda il passare del tempo e la nostra età. A volte il rewind si somma alla rinuncia di ricordare altri fatti. Può quindi essere desiderio di dimenticare più che di ricordare.