Tra Usa e Iran scoppia la pace Tutto merito del gatto Maloos

I rapporti tra Iran e Stati Uniti si possono definire eufemisticamente glaciali, ma talvolta dove non arrivano la guerra, la pace e la diplomazia, può aiutare un gatto dannatamente carino e dannatamente bisognoso d'aiuto. Sia la popolazione americana (per la precisione quella di S. Francisco) sia parte di quella iraniana, hanno lasciato perdere, per un attimo, le gravi divergenze politiche, davanti a quegli occhi impauriti ma, allo stesso tempo, fermi nel chiedere una mano. Se state pensando che, trattandosi di un gatto trovato a Teheran, si trattasse di un gatto persiano, vi sbagliate. O meglio, Maloos (questo il suo nome) è a tutti gli effetti nato nella vecchia Persia, ma non assomiglia per niente a quella razza che noi siamo abituati a considerare come persiana.
Ma veniamo alla sua storia. È un martedì come tanti a Teheran e una giovane donna di nome Sarah riceve una telefonata da un’amica. Nella sua strada, proprio davanti a casa, c’è un gatto, ancora vivo, ma gravemente ferito, al punto di non potersi muovere: «È come spappolato sull'asfalto, ma ti assicuro che respira». Sarah e la sua amica sono impegnate in quella che è considerata la Protezione animali iraniana (Sayeh animal guardians) e se qualcuno si mettesse a ridere farebbe bene a smettere subito, perché fortunatamente, in quasi tutti i Paesi del mondo, anche in quelli tribolati, esistono organizzazioni che si occupano del benessere animale e sarà bene ricordare che la Persia (Iran) ha una cultura sterminata, nell’arte e nella letteratura, che data da oltre 4000 anni. E ora torniamo al nostro micio «tabby» bianco e arancio: Sarah lo trova immobile nel punto descritto dall’amica. È cosparso di benzina, infangato, pieno di ferite ascessualizzate, ha segni di pallottole sulla faccia (vabbè, «muso» se proprio volete) e non riesce proprio a muoversi. Sarah lo prende, lo mette dentro un asciugamano e lo chiama Maloos che in persiano vuol dire «adorabile».
Inizialmente viene curato nell’ambulatorio veterinario di un rifugio per animali a Teheran, ma, ben presto, tutti si rendono conto che le ferite sono molto gravi e Maloos necessita di un centro più avanzato per recuperare le sue sei vite perse sulle strade di Teheran. Sarah non si perde d’animo e, ormai innamorata di quel gatto dagli occhi fieri, pare trovi aiuto presso le sedi diplomatiche iraniana e americana che decidono di caricare il gatto su un aereo di linea, quasi fosse un rifugiato. I passeggeri gli fanno da scorta. Da Teheran a S. Francisco sono venti ore di volo e finalmente Maloos arriva, come un ferito di grande riguardo, presso il S. Francisco Animal care & Control dove i veterinari si mettono al lavoro su di lui. Probabilmente il micio è nato con alcune deformità alle zampe posteriori e camminava già malamente prima di finire sotto qualche proiettile. I veterinari sono obbligati ad amputare una delle zampe posteriori, ma c’è già pronto uno speciale carrellino che gli renderà agevole muoversi. In poco tempo Maloos recupera le sue energie e si mostra molto riconoscente a tutti, giocando e facendo le fusa a tutto il personale infermieristico e medico. Tra l’altro sembra gradire anche le visite di altri gatti ricoverati nel centro, provenienti da varie parti del mondo, comprese nazioni impegnate in conflitti armati. In particolare fa amicizia con un gatto trovato vicino a S. Francisco, nella Hayes Valley, ma proveniente dalla Romania, come mostra il suo microchip.
La storia di Maloos, il gatto iraniano (ma non di razza persiana) che trotterella felice sul carrello, fa il giro di Frisco velocemente e il centro di recupero viene bombardato di richieste d’adozione. Alla fine si decide di fare una sorta di lotteria, per non lasciare nessuno deluso e per raggranellare un po’ di soldi da devolvere al centro di recupero di Frisco, dove non si guarda mai alla nazionalità di chi si deve curare. Se non ci credete andate a leggere sul S. Francisco Cronichle’s. Ha vinto la lotteria, e adottato Maloos, Ms. Agahie, una giovane donna di famiglia iraniana con due bambini, uno di 10 e l’altro di 12 anni. Già una favola, vera però.