La valigia, l'auto, il "mate": quei gesti in stile Francesco

Il viaggio a Rio è iniziato con l'immagine storica del Papa che si portava la borsa: umiltà e vicinanza alla gente, il suo marchio

Che sarebbe stata una Giornata mondiale della gioventù indimenticabile si era capito già dal primo giorno, quando le telecamere di tutto il mondo, puntate sulla scaletta dell'aereo che da Fiumicino avrebbe portato il Papa a Rio de Janeiro, avevano immortalato Bergoglio salire tenendo in mano una valigetta nera. Un'immagine storica, forse unica nella storia del papato, con un Pontefice che solleva l'assistente di camera dall'incarico di tenere la sua borsa, portandola invece da sé. Un gesto unico, di grande umiltà, la stessa che ha contraddistinto questa manifestazione in Brasile, organizzata da Papa Benedetto XVI ma poi cucita su misura alle esigenze del Papa argentino. E così la scelta di una papamobile scoperta, non blindata, e un'auto, una piccola utilitaria, la più semplice del corteo papale, per muoversi nei lunghi spostamenti. E non è servito un pulpito per lanciare il primo grande messaggio di questa «settimana dei giovani»: in puro stile Bergoglio è bastato un ingorgo nel centro di Rio, dove il Papa è rimasto bloccato per oltre 10 minuti; proprio lì, dove in altri tempi forse sarebbero intervenute le forze dell'ordine per disperdere la folla, il «pastore» ha potuto abbracciare il suo «gregge», senza mettere barriere all'amore di Cristo per il suo popolo.
Francesco, imbottigliato nel traffico per un errore della sicurezza brasiliana, con la sua auto presa d'assalto dai pellegrini, ha voluto tenere il finestrino abbassato per poter stringere mani, ricevere biglietti e benedire la folla. «Era molto divertito» commenteranno dopo gli uomini del seguito pontificio che hanno potuto assaporare quel desiderio di Francesco di poter stringere a sé i suoi giovani. È successo nell'ingorgo ma in modo ancora più forte sulla jeep scoperta che stava attraversando l'Avenida Atlantica per raggiungere il palco piazzato sul lungomare di Copacabana. Un ennesimo strappo al protocollo ma allo stesso tempo un ennesimo grande messaggio lanciato al mondo: «Siamo tutti una grande famiglia» e ha iniziato a sorseggiare da una cannuccia il «mate», la bevanda tipica dell'Argentina a base di thè che pochi istanti prima gli aveva passato un pellegrino lungo il percorso del corteo. Un divieto che Francesco ha voluto trasgredire pur di poter parlare ai cattolici attraverso un semplice gesto. Come quando, prima di lasciare il teatro Municipal di Rio de Janeiro, dopo aver ammonito i leader brasiliani invitandoli al dialogo con il popolo, ha salutato un gruppo di indios dell'Amazzonia, accompagnati dal suo grande amico, il cardinale Claudio Hummes, e ha indossato a sorpresa (come amava fare anche Giovanni Paolo II) un tipico copricapo a corona da capo tribù, tipico di queste popolazioni.
Ancora un gesto, semplice ma netto, un messaggio di vicinanza agli ultimi che il Papa ha voluto ribadire visitando la favela di Varghinha, dove, lontano da telecamere e macchine fotografiche, Francesco ha fatto visita a una famiglia povera, bevendo con loro un caffè e chiedendo di non scoraggiarsi.
«Il Papa torna a casa stanco ma rinfrancato» ha commentato monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo ausiliario dell'Aquila che ha concelebrato ieri con Francesco a Copacabana; rinfrancato forse anche per aver raggiunto l'obiettivo di esser entrato nel cuore dei giovani, anche di coloro che si erano allontanati dalla Chiesa o di quelli che aspettavano il suo arrivo in Brasile per dire un «sì» molto importante, per diventare sacerdote. Il Papa ha avuto anche questa certezza e per questo si è commosso, ha pianto, quando un ragazzino di 11 anni ha forzato i cordoni di sicurezza e ha cercato l'abbraccio del Papa per fargli la confidenza più importante della sua vita: «Ho deciso Papa Francesco, voglio diventare prete, voglio seguire Cristo come hai fatto tu!».