La verità sulla vicenda Rizzoli-Corriere della Sera

La ricostruzione di una lontana vicenda giudiziaria e le responsabilità di Angelo Rizzoli nel crac della casa editrice

Ritorniamo sulle vicende giudiziarie di Angelo Rizzoli dopo il suo recente arresto con l'accusa di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale di quattro società da lui controllate e gestite. Un arresto che ha destato non poco scalpore a causa dell'illustre protagonista coinvolto già condannato con sentenza passata in giudicato per il medesimo reato commesso negli anni '80 in danno della Rizzoli Editore.
Una storia, dunque, che si ripropone e sulla quale intendiamo ritornare per far luce su alcuni fatti che riguardano, non il recente arresto di Rizzoli, ma le vecchie questioni giudiziarie della Rizzoli Editore, delle quali ci siamo occupati tempo fa pubblicando anche alcune interviste di Angelo Rizzoli.
In un intreccio di cause, controcause, fallimenti e nuove norme, dovremmo (il condizionale quando si parla di Rizzoli è sempre d'obbligo) ormai essere arrivati a una verità processuale che non può più essere messa in discussione. Il Nuovo Banco Ambrosiano (oggi, Intesa San Paolo) e i soci della cordata che rilevarono nel 1984 la Rizzoli non solo non fecero alcuno “scippo” ai danni di Rizzoli, ma quest'ultimo, che all'epoca vendette la sua quota per dieci miliardi di lire, non ha alcun diritto di riaprire questa vecchia storia e lamentare di aver percepito un prezzo vile. E con un certo rammarico bisogna notare come in questa complessa vicenda anche i giornali e i giornalisti abbiano fatto alcuni passi falsi. Clamoroso il caso della sentenza di Cassazione del 2009 che, come vedremo, solo apparentemente ha assolto Angelo Rizzoli ma che, nella sostanza, ha confermato le sentenze di condanna precedenti.
Ma per non perderci conviene davvero fare un riepilogo nell'intricata vicenda che si è chiusa in primo grado nel 2012 con l'ennesima condanna di Angelo Rizzoli, per lite temeraria, nella causa da lui promossa nei confronti di Intesa San Paolo e delle società eredi della cordata per ottenere il risarcimento dei presunti danni patiti quantificati in una somma compresa fra 650 e 734 milioni di euro, pari, secondo il Rizzoli, al valore attualizzato della casa editrice.
Nel 1993 Angelo Rizzoli fu condannato a cinque anni di reclusione per bancarotta fraudolenta impropria, appropriazione indebita e falso in bilancio, per aver sottratto alla Rizzoli Editore beni sociali e denari. Tre anni dopo, in appello, la pena per l'ex presidente e amministratore delegato della Rizzoli Editore fu confermata, ma ridotta. Il reato restava: distrazione di beni sociali e denari dalla loro destinazione. La partita per Rizzoli si riapre, anche se come vedremo si chiuderà presto, nel 2006. Il Parlamento cancella l'istituto dell'amministrazione controllata e tutti i riferimenti a essa previsti dalla legge fallimentare. Insomma per farla breve: viene a mancare la norma con la quale Rizzoli fu condannato in primo e in secondo grado. Ma non cancella la sostanza di quanto accertato nelle sentenze penali passate in giudicato. È verità storica e giudiziaria che Angelo Rizzoli abbia avuto comportamenti che all'epoca costituivano bancarotta per distrazione, appropriazione indebita e falso in bilancio: solo che la condanna viene cancellata dalla Cassazione nel 2009 poiché quei fatti, oggi, non sono più puniti dalla legge. Forte di questa pronuncia, Angelo Rizzoli nel settembre del 2009 intenta una causa contro Intesa San Paolo e gli altri soci della cordata chiedendo un risarcimento tra i·650 e i 734 milioni di euro, per l'acquisto fatto nel 1984.
Angelo Rizzoli ha sempre lamentato, anche pubblicamente, di essere stato costretto a vendere a prezzo, a suo dire, vile il controllo del gruppo editoriale, denunciando manovre considerate oscure nella gestione della crisi dei gruppo. Su questo aspetto, peraltro, un precedente giudizio promosso da Angelo Rizzoli contro l'allora Nuovo Banco Ambrosiano (oggi Intesa San Paolo) e le società costituenti la cordata lo vide soccombente sia in primo sia in secondo grado con sentenze del 1992 e del 1996, poi passate in giudicato. Già allora Rizzoli sosteneva che il Banco (attraverso la sua controllata Centrale Finanziaria) non avrebbe mai versato nelle casse della Rizzoli Editore l'importo deliberato nel 1981 dovuto a titolo di aumento di capitale. Questo mancato pagamento, secondo il Rizzoli, avrebbe provocato il dissesto della società editrice e avrebbe consentito che questa fosse poi svenduta qualche tempo dopo (nel 1984) alla cordata al prezzo di una edicola. In realtà, anche processualmente, questa contestazione (da cui discende gran parte dei presunto “scippo” di cui parla Rizzoli) è smentita. Esistono infatti numerosi documenti nei quali si dà espressamente conto di quei versamenti: tra tutti l'istanza di ammissione alla procedura di amministrazione controllata da parte della Rizzoli Editore, che fu firmata proprio da Angelo Rizzoli nel 1982, quale Presidente e amministratore delegato della società. Senza contare la relazione del commissario giudiziale Luigi Guatri nominato dalla sezione fallimentare dei Tribunale di Milano dopo che la Rizzoli finì in amministrazione controllata, così come quella del collegio sindacale, oltre a tutti i bilanci della società anche durante l'amministrazione controllata che certificarono quel versamento. Quelle stesse sentenze, inoltre, accertarono che i dieci miliardi di lire percepiti da Rizzoli per la vendita del suo pacchetto di controllo alla cordata non erano affatto vili, considerato il grave stato di dissesto in cui versava la società (destinata a breve al fallimento se la cordata non l'avesse risanata attraverso ingenti aumenti di capitale) e considerati gli ulteriori vantaggi percepiti da Rizzoli, quali la liberazione da fidejussioni personali rilasciate a garanzia di debiti sociali per miliardi e miliardi di lire, oltre alla rinuncia all'azione di responsabilità già deliberata nei suoi confronti per i gravi atti di mala gestio commessi in danno della Rizzoli Editore.
Sempre riguardo al presunto prezzo vile a cui Rizzoli sarebbe stato costretto a cedere il suo gruppo a causa di pretese oscure manovre e indebite pressioni dell'allora Nuovo Banco Ambrosiano e del suo Presidente, prof. Giovanni Bazoli, negli anni '90 le dichiarazioni di Rizzoli provocarono una iniziativa giudiziaria del prof. Bazoli; iniziativa che si concluse nel 1998 con la condanna di Rizzoli inflitta dal Tribunale civile di Brescia per diffamazione con sentenza passata in giudicato.
Nulla cambia dopo il 2009, dopo cioè l'annullamento in Cassazione della condanna per bancarotta fraudolenta impropria, appropriazione indebita e falso in bilancio. Rizzoli, come detto, cerca per l'ennesima volta una rivincita processuale, quantificando il danno in una forchetta che va da 650 a 734 milioni. Ma il Tribunale di Milano l'11 gennaio del 2012 gli dà di nuovo torto. La parte più dura per Rizzoli è quella che lo vede condannato per lite temeraria e spese processuali a circa 13 milioni di euro. L'importo è stato così determinato: «Equo appare infine commisurare almeno simbolicamente l'importo da corrispondere in ragione della rilevata temerarietà della lite intentata all'entità dell'ingiusto profitto che l'attore intendeva ricavare dal presente giudizio e che si ritiene pertanto di poter individuare nella pur minima misura complessiva dell'1% della domanda proposta dall'attore». Il giudice ha infatti ritenuto che nella prospettazione dei fatti da parte di Angelo Rizzoli vi siano sospetti e allusioni per il comportamento di pubblici ufficiali (giudici penali e custodi giudiziari) non supportati da prove; e che vi siano poi accuse verso il Nuovo Banco Ambrosiano e il suo Presidente che già si erano rivelate infondate nelle pronunce del Tribunale di Milano del 1992, della Corte d'appello del 1996 e che erano già state definite diffamatorie dal Tribunale di Brescia nel 1998; accuse poi ritrattate dallo stesso Rizzoli nel 2002 attraverso una lettera di scuse indirizzata al prof. Bazoli.