VERSO LE ELEZIONI

da Roma

Onorevole Roberto Maroni, capogruppo Lega Nord alla Camera, la manifestazione pro-Malpensa di oggi che significato politico avrà?
«Per metà sarà una mobilitazione per salvare Malpensa, come previsto in origine, e per metà una manifestazione di esultanza. La pressione che abbiamo esercitato assieme al governatore della Lombardia Formigoni e a tutte le forze politiche e sociali del Nord ha costretto Air France a fermarsi e a rimandare la decisione finale al prossimo governo. Una sensibilità che Prodi non ha dimostrato. Non si poteva pensare che un governo dimissionato dal Parlamento potesse decidere l’alienazione del 49% di Alitalia. Siccome, incrociando le dita, il prossimo sarà un governo di centrodestra, possiamo pensare che la battaglia avrà un esito favorevole».
Come si coniuga la vostra richiesta di una moratoria per l’assegnazione degli slot lasciati liberi da Alitalia con gli scenari che si profilano?
«Ci sono tre possibilità. La moratoria si può comunque fare perché non chiediamo nuove rotte che comporterebbero trattative e deroghe ai regolamenti internazionali. Alitalia può mantenere i voli a Malpensa anziché portarli a Fiumicino per due-tre anni, il tempo necessario per trovare vettori che la sostituiscano. Alitalia a Malpensa perde 200 milioni all’anno, ma, poiché il governo con la cessione non guadagna, allora questa cifra si può scalare dal prezzo di vendita ad Air France o alla cordata Air One-Intesa Sanpaolo. Se nessuno la compra, e questo è il terzo scenario, si può pensare a un fallimento guidato come per Sabena e Swissair. Anche in quel caso la nuova Alitalia potrebbe continuare per un certo periodo a tenere gli slot su Malpensa».
Per la Lega l’adesione alla manifestazione è una discriminante tra chi è a favore del Nord e chi gli è nemico. Ma in Veneto non pare che si stiano stracciando le vesti per l’hub.
«È comprensibile. Da Venezia a Milano ci sono 250 chilometri: con un treno ad alta velocità si possono fare in un’ora. Se ci impiego cinque ore, non ci vado. Malpensa non è l’aeroporto del Nord ma un pezzo importante del sistema aeroportuale del Nord. I sindacati ci hanno attaccati dicendo che la nostra è una strumentalizzazione e qui si mostra davvero il settarismo ideologico della sinistra: le stesse cose se le fanno loro, van bene e se le facciamo noi, sono sbagliate».
A proposito di amici e nemici, ieri Casini ha salutato il centrodestra dopo 15 anni.
«Amici è parola grossa. Berlusconi non è stato il primo premier ad essere tale per un’intera legislatura solo perché l’Udc gli ha imposto l’umiliazione di dimettersi per poi rifare lo stesso governo. Berlusconi ha dato a Casini e a Fini la possibilità di creare un partito di centrodestra moderno ed europeo all’interno del Ppe. Casini, per questioni personali, ha detto no: è un errore politico perché non c’è spazio al centro. Anche l’accusa di aver spostato l’asse a destra è fasulla perché Fi è di centro e con il suo 30% vale sei volte l’Udc. A Casini facciamo gli auguri, ma non siamo preoccupati. C’è il rammarico di aver perso un alleato, ma ora ci concentreremo per contrastare il vero avversario Walter Veltroni».
Che cosa pensa dei 12 punti programmatici del Pd?
«Alcuni sono percepibili come astuzie o imbrogli. La riduzione delle tasse e della spesa pubblica sono cose grottesche perché sono l’esatto contrario di quello che il governo Prodi ha fatto. E Veltroni l’ha detto in un’assemblea presieduta dallo stesso Prodi. Il Pd è azionista al 70% dell’attuale governo e nessuno dei ministri ha avuto il pudore di dimettersi o di riconoscere gli errori».
Qualcosa in particolare l’ha colpita?
«Mi ha meravigliato l’assenza di due punti presenti nel programma che stiamo scrivendo con il Pdl. Veltroni non ha usato la parola “federalismo”. È la conferma che il Pd è partito di ispirazione romana e centralista. Al secondo punto si parla di Mezzogiorno e non si accenna alla questione settentrionale. Ciò conferma l’utilità dell’alleanza con il Pdl».
Siete preoccupati dal fatto che Lega e Pdl, al di là di eventuali ulteriori convergenze, siano “circondate” dal centro di Casini e da La Destra di Storace?
«Abbiamo investito sulla capacità di governo. Berlusconi ha preferito selezionare gli alleati sulla base della lealtà e della coerenza con un progetto politico. Veltroni è stato obbligato perché non poteva continuare l’alleanza con chi ha fatto cadere Prodi. Berlusconi, invece, poteva imbarcare Storace, Mastella e Casini, ma ha preferito connotare il Pdl non come l’arca di Noè ma come l’espressione italiana del Ppe. La decisione di lasciar fuori la Lega non è una concessione ma è coerente: siamo un partito territoriale che non entrerà nel Ppe. Quelli che sono rimasti fuori prenderanno i loro voti e non li porteranno via a noi. In pratica, ci siamo liberati dei vecchi apparati di potere democristiani che erano tutti concentrati nell’Udc».