VERSO LE ELEZIONI

da Roma

Francesco Rutelli, ovvero l’antesignano delle «consulenze esterne». Lui, da sindaco, ha tracciato una strada che altri hanno prima asfaltato (legittimando ex post quelle «esternalizzazioni») e poi trafficato, come hanno fatto anche Veltroni e la sua giunta, infarcendo di contratti a termine gli staff di sindaco e assessori. Semmai la differenza tra Walter e Cicciobello, che ora guarda con rinnovato interesse al Campidoglio, ultima parentesi dorata della sua carriera politica prima degli anni di «pane e cicoria», è nelle severe bacchettate che il candidato sindaco del Pd ha incassato dalla Corte dei conti nei suoi anni da amministratore capitolino. Finendo per incamerare anche una doppia condanna, nel 2000 e nel 2002, confermata nel 2006 dalla Cassazione.
La Corte dei conti contestò all’ex leader della Margherita e ai suoi assessori di aver largheggiato nei contratti concessi a collaboratori «di fiducia» tra il ’94 e il ’96, con un pizzico di anticipo rispetto alla legge Bassanini che, nel ’97, consacrò la possibilità per sindaci, presidenti di Provincia e di Regione di costituire «staff» di consulenti esterni. La «lungimiranza» non bastò a salvare Rutelli e i suoi dalla censura dei magistrati contabili, che chiesero il risarcimento alle casse comunali di 3 miliardi e 300 milioni di lire. Era il marzo ’99. E l’allora primo cittadino non risparmiò accuse pesanti al viceprocuratore della Corte dei conti, accusandolo di «aver voluto eludere la volontà del legislatore». A settembre 2000 il sindaco del Grande Giubileo finì condannato, nonostante l’appassionata autodifesa del Campidoglio che rifiutava di riconoscere un «danno all’erario» nel «lavoro onesto e competente di un gruppo di collaboratori di fiducia».
Al neocandidato sindaco, che in quei giorni studiava invece da aspirante premier, la Corte dei conti chiese di restituire un miliardo 251 milioni di lire per i contratti a termine affidati a sette consulenti. Al resto della giunta, altri due miliardi. «Queste scelte io le rifarei da capo», commentò Rutelli, rivendicando la retroattività della Bassanini. E incassando l’immediata solidarietà degli alleati, per una volta non così fermi nella difesa delle toghe. Persino Massimo D’Alema definì la sentenza di condanna «molto discutibile». Un po’ meno indulgente con Rutelli fu Antonio Di Pietro: «Certi comportamenti non saranno illeciti da un punto di vista penale - sibilò l’ex pm - ma sono comunque delle porcate». Ma il partito della Quercia insistette con le accuse alla magistratura contabile e alla fine fu il presidente della Corte dei conti, Francesco Staderini, a respingere seccamente le insinuazioni che la condanna di Cicciobello fosse «un attacco al partito politico di cui Rutelli è espressione».
Tant’è che in appello la magistratura contabile confermò la condanna, pur concedendo uno sconto del 70 per cento sui rimborsi dovuti da ex sindaco e assessori. «Addebiti risarcitori» la cui legittimità venne confermata a gennaio di due anni fa dalla corte di Cassazione, che respinse tutti i ricorsi di Rutelli e soci. Una bella macchia nel curriculum per l’uomo che vuole tornare al timone del Campidoglio. E meno male che i magistrati contabili si mostrarono più indulgenti quando l’ex sindaco in motorino pensò bene di spedire a più di un milione di famiglie capitoline una bella letterina in cui annunciava le proprie dimissioni da primo cittadino in vista della candidatura a premier, ringraziava i concittadini per la fiducia accordatagli ed elencava alcune delle «iniziative realizzate dall’amministrazione da lui diretta». Costo dell’operazione, a carico delle casse comunali: circa 300mila euro.
Manco a dirlo, la Corte dei conti avvia un procedimento, ritenendo che «il contenuto della lettera e la sua trasmissione onerosa non rientrava tra le finalità del Comune, così da giustificarsi l’avvenuta imputazione della relativa spesa a carico del bilancio dell’ente locale». A ottobre 2003 la Corte però assolve Rutelli. Non proprio con formula piena: nella sentenza i giudici scrivono che il comportamento del sindaco e degli altri collaboratori finiti a giudizio, «per quanto criticabile sotto il profilo della liceità dell’iniziativa intrapresa», non integrava gli estremi della colpa grave.