VERSO LE ELEZIONI

da Roma

Diana De Feo, facciamo subito chiarezza. Chi la intervista non è suo parente.
«No, nessuna parentela».
Lei, invece, oltre ad essere una delle voci storiche della Cultura del Tg1, vanta da più di 40 anni una parentela importante: è la moglie di Emilio Fede. E oggi è arrivata l’ufficializzazione della sua candidatura in Campania al Senato per il Pdl. Teme l’etichetta di raccomandata?
«È tutta la vita che faccio i conti con questa etichetta, ci sono abituata. Figlia di Italo De Feo (intellettuale ed ex vicepresidente della Rai, ndr) e moglie di Emilio Fede».
Ma suo marito è più contento o preoccupato della sua nuova avventura?
«È contento, sa che mi fa piacere e che voglio fare qualcosa per Napoli».
Come si comporterà se suo marito le chiederà un’intervista?
«È stato direttore del Tg1 per quasi due anni, al tempo i cui facevo l’Almanacco del giorno dopo e non sono mai salita nel suo ufficio. Ero in un altro piano e lì rimanevo. Manterrò questa discrezione».
Lei lavora in Rai da tanti anni ma il suo volto non è famoso al grande pubblico.
«Non vado in video perché mi occupo di cultura e le opere d’arte sono più importanti della mia faccia. Credo, però, che il mio tono di voce molto naturale sia diventato la mia firma. E questo grazie anche a Emilio che mi ha consigliata in questo senso».
Come nasce il suo desiderio di fare politica?
«La mia famiglia si è sempre occupata di politica. A casa nostra venivano Togliatti, Nenni, Saragat ma anche artisti e intellettuali come Rea e Longanesi. Quando poi sono cresciuta, ho iniziato a fare la giornalista, occupandomi di storia e mi sono appassionata all’Urss».
Non sarà stata un’ammiratrice del sistema sovietico...
«No, tutt’altro. Le racconto un aneddoto. Nel ’76 fondai la prima sezione italiana di Amnesty International a Roma e conobbi tutti i dissidenti russi, prendendo contatti anche con la Chiesa del Silenzio. Da lì a poco mi chiesero se volevo tradurre in italiano la rivista della dissidenza, Continent, che veniva stampata in Germania in francese e in tedesco. Accettai. E lei sa chi finanziava quella rivista?».
Chi la finanziava?
«Un giovane imprenditore milanese che io non conoscevo ma che era molto interessato alla dissidenza russa: Silvio Berlusconi».
Nel frattempo immagino abbia imparato a conoscerlo. Cosa pensa di lui?
«Berlusconi ha una grande qualità: è un uomo che quando gli parli ti ascolta davvero. E poi mi affascina la sua forza, la sua energia, il suo coraggio».
Lei oggi ha montato il suo ultimo servizio sulla mostra di Renoir. È spaventata all’idea di passare dalla bellezza dell’impressionismo alla spazzatura di Napoli?
«Amo l’arte. Ma amo anche alla follia la mia città dove ho ereditato una dimora storica che ho messo a posto con i miei risparmi. La situazione che si vive oggi a Napoli è un oltraggio, uno stupro, un’offesa e la città ci metterà anni per uscirne e recuperare la sua immagine. Mi voglio battere e rimuovere questo vergognoso arredo urbano di stile bassoliniano».
Già altre volte il centrodestra sembrava vicino a vincere a Napoli o in Campania. Poi, alla prova dei fatti, le previsioni sono state ribaltate.
«Io ai napoletani vorrei dire questo. Vi ricordate come era stata sistemata Napoli da Berlusconi per il G8? Bassolino ha preso quell’eredità e l’ha distrutta, anno dopo anno. Anch’io non ho certezze sul risultato elettorale perché Bassolino ha creato una rete estesa e radicata e una rete di relazioni a cui non voglio appiccicare definizioni per evitare querele. Certo in una situazione normale non ci sarebbe partita».
Le mancherà la Rai?
«Oggi montando l’ultimo servizio ho avuto una forte malinconia. Per me l’arte è stata una passione ancora prima che un lavoro. Ma ora c’è la Campania. A questo proposito voglio ricordare una citazione di Renoir che in una lettera da Napoli scriveva: “Gli dei scendevano dal Parnaso per venire in questa terra che era il loro Paradiso e io questo Paradiso voglio dipingere”».