VERSO LE ELEZIONI

da Roma

Dove vivono meglio gli immigrati? Nelle province fredde e un po’ leghiste del Nord oppure nelle regioni del Centro, che alla solidarietà e all’immigrazione dedicano assessorati, sofisticate iniziative culturali e gli immancabili «sportelli»? O, meglio ancora, nella solare Roma che - amministrazione Veltroni - è arrivata a imporre menu etnici negli asili comunali?
A guardare lo studio più serio tra quelli a disposizione, sembra che per trovare il paradiso dell’integrazione si debba uscire dalle rotte consuete e puntare diritto verso il Lombardo-Veneto. Tanto per capirci, se ci fosse l’oscar della solidarietà, il presidente leghista di Vicenza Attilio Schneck e il sindaco forzista Enrico Hulweck straccerebbero senza problemi Enrico Gasbarra e Walter Veltroni.
La medaglia d’oro dell’integrazione - secondo il Rapporto degli indici di integrazione realizzato dal Cnel e presentato ieri - va infatti alle regioni del Nord. Al primo posto il Trentino Alto Adige, seguito dal Veneto, che sarà «consustanziale» all’antistatalismo, come sostiene Vincenzo Visco, ma riesce a superare brillantemente le prove di integrazione studiate dal Consiglio nazionale del lavoro e dell’economia. Subito dopo si piazza la Lombardia e poi l’Emilia Romagna. Segno, rileva il Cnel, che «sono sempre le regioni settentrionali a offrire le condizioni di per sé più favorevoli per l’integrazione degli immigrati».
In fondo alla classifica le regioni del Mezzogiorno. Maglia nera a Basilicata, Puglia, Campania e Sicilia, che il Cnel definisce a «basso potenziale di integrazione». Un risultato tutto sommato atteso, quest’ultimo, visto che al Sud ci sono addirittura segnali di ripresa dell’emigrazione.
Ma non è solo una questione di ricchezza. Gli indici presi in considerazione comprendono il grado di stabilità del soggiorno, l’inserimento delle donne, l’ospedalizzazione, la percentuale di devianza (cioè quanti stranieri hanno commesso reati), fino ad arrivare al numero di ricongiungimenti familiari e al grado di imprenditorialità. Come dire, se un extracomunitario resta in un posto, cerca di portarci la famiglia e magari pensa di impiantarci un’azienda, significa che ci si trova bene. Se poi nelle comunità stranieri si registrano anche meno crimini rispetto alla media, allora significa che il disagio sociale è ridotto.
Una situazione che, nel Centro Italia, si registra soprattutto nelle Marche, regione inserita nella fascia «massima» insieme a quelle settentrionali, prima del Friuli Venezia Giulia. Abbastanza per parlare di un «modello adriatico», che arriva fino all’Abruzzo (11° posto). Nella fascia di mezzo si trovano invece Umbria e Toscana.
Sotto la media il Lazio, al tredicesimo posto. Fatto rilevante perché lì risiede un sesto dei cittadini stranieri. Una fetta consistente dei circa quattro milioni di immigrati che il Cnel stima si trovino in questo momento in Italia, se la cava peggio rispetto a quel 25 per cento che ha invece scelto la Lombardia, confermatasi la prima regione in quanto a presenze di immigrati.
Risultati simili anche se si guarda alle province. In testa Trento. Segue Brescia, poi Prato e Vicenza. Che non è l’unica realtà leghista a guadagnare la palma della bontà. Treviso si trova ad esempio al sesto posto. La patria dello sceriffo Giancarlo Gentilini, finita spesso nelle prime pagine dei giornali con il bollino di razzismo, se giudicata attraverso uno studio serio (il rapporto è firmato dal Cnel - Organismo nazionale di coordinamento delle politiche di integrazione sociale degli immigrati, con il supporto dei redattori del Dossier Statistico Immigrazione Caritas-Migrantes) rischia di vincere il premio Cuore d’oro, perché perfettamente in grado di integrare gli stranieri. Più o meno allo stesso livello della rossa Reggio Emilia. E comunque anni luce più in alto di Roma, che si trova nella parte bassa della classifica, in 54ª posizione.