Dal vicino cafone all'odiato ex Tutti i trucchi contro la rabbia

Ci sarà anche qualcuno così irascibile che un libro del genere non lo vorrà neppure sfogliare. È inutile che alzi la voce, questo è il titolo, e certo, magari fosse così semplice: non irritarsi, ma pure incontrare chi non abbia l'innervosimento facile. Ci sono momenti di rabbia plateale: la testata di Zinedine Zidane a Materazzi, per esempio, al mondiale del 2006; la collera del capitano De Falco che urla a Schettino «Vada bordo...» (della Costa Concordia), facendo ribollire di maschia autorità la linea telefonica; l'ira lunatica di Naomi Campbell che scaglia il cellulare contro una cameriera; i divi di Hollywood che picchiano i paparazzi, forse esasperati, forse capricciosi. Sfoghi rabbiosi, primitivi, incontenibili. Minuti in cui il controllo sembra perso per sempre, perfino la fisicità diventa quella di un altro, il volto malizioso di Kate Moss si trasforma in una smorfia, il corpo di Naomi perde la grazia della pantera. Però - ed è qui che il libro entra in soccorso - la rabbia è anche quella che ti prende mentre sei in coda infinita alla posta, in attesa perenne al call center, bloccato nel traffico col vicino che tenta di fare il solito furbo, in ufficio col collega che non ti saluta.
È inutile che alzi la voce è stato scritto da un criminologo (Massimo Picozzi) e da una esperta di Krav Maga, tecnica israeliana di difesa (Catherine Vitinger, addestrata in Israele, che oggi insegna la disciplina a Milano) e suggerisce trucchi pratici per conseguire risultati apparentemente impossibili, se non per i monaci tibetani o gli antichi stoici. Per esempio: come non provare reazioni di rabbia o gelosia nei confronti dell'ex (partner/marito/fidanzato/a)? Metodo semplicissimo: immaginatelo in un futuro prossimo, quando anche con la nuova compagna litigherà, si separerà, e sarà pure lui infelice. Vi sentirete subito meglio. Come non arrabbiarsi con l'azienda che non ti valorizza? Non prenderla sul personale, trasformare il caso singolo in generale e, quindi, in una situazione in qualche modo comprensibile. In pratica - spiegano i due autori nel libro (pubblicato da Mondadori) - bisogna capire quando la frustrazione nasce dalla delusione di un'attesa riguardante un desiderio, e non un bisogno vitale. Nel primo caso la mancata realizzazione può giustificare il dolore, ma non l'esplosione di rabbia; nel secondo, invece, entra in gioco l'istinto di sopravvivenza, ed è tutta un'altra storia (tendenzialmente poco frequente nella vita quotidiana).
È in quest'ottica che si può riuscire a non impazzire con i vicini di casa che festeggiano ogni notte fino alle quattro, come l'eroica «Carla» del libro: inventandosi illusioni confortanti che aiutino a prendere sonno, per esempio che presto i maleducati si trasferiranno, che anzi non siano maleducati, bensì una famigliola tanto simpatica che non fa mai rumore, ma soprattutto non sentendo più l'aggressività degli altri condomini come un affronto nei propri riguardi. Niente di personale. Lo stesso schema funziona anche per tollerare l'auto parcheggiata in doppia fila che ci impedisce di partire quando abbiamo fretta: non è una congiura nei nostri confronti, non è una mancanza di rispetto rivolta proprio a noi. No, è solo che quell'automobilista è un po' distratto, magari ieri sera ha bevuto troppo, era felice di rivedere la fidanzata...
Negoziare, scovare un po' di empatia in qualche anfratto dello spirito (anche per il più intollerabile dei clienti, anche per il più aggressivo dei tagliatori di strada), escogitare valvole di sfogo, rafforzare l'autocontrollo sforzandosi di ricorrere a parole, gesti e atteggiamenti più sobri e rispettosi. Imbottigliati nel traffico, analizzare le situazioni ed evitare di lanciare occhiatacce di sfida. Piuttosto che niente, si può immaginare la vergogna che proveremo dopo, quando anche il sollievo di esserci sfogati sarà sopraffatto dalla ferita nel nostro orgoglio. In casi estremi, come il «tecnostress», cioè la rabbia scatenata da computer, telefonini e stampanti che ci tradiscono all'improvviso (è sempre il momento peggiore), c'è una sola via d'uscita: la saggezza della Legge di Murphy. In molti casi però non funziona: secondo un'indagine, in questi casi metà dei dipendenti ha reagito con urla e insulti, ai computer e ai colleghi. E un terzo di loro ha distrutto gli apparecchi.