Visita a casa di Bossi. E il patto del crodino blinda la devoluzione

Autocritica sui prezzi: «Dovevamo vigilare di più sulle speculazioni»

Adalberto Signore

da Roma

Mancano pochi minuti alle 14 quando Gianfranco Fini si inerpica per le stradine di Gemonio, piccolo centro del Varesotto, e arriva davanti alla villetta di Umberto Bossi. I due non si vedono da più di un anno e mezzo, da quando l’11 marzo del 2004 il Senatùr fu colpito dallo scompenso cardiaco. E più di una volta, già alcuni mesi fa, avevano cercato di organizzare un incontro. Non tanto per ragioni politiche, quanto perché, negli anni, tra il leader della Lega e quello di An si è cementato un rapporto di stima e affetto reciproco. Insomma, da quel lontano 22 dicembre del 1994, quando Fini assicurò che «con Bossi non siamo più disposti neanche a prendere un caffè», di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. «Quella battuta risale a molto tempo fa, da allora - racconterà più tardi il ministro degli Esteri - sono successe tante cose, è nato persino un governo». In verità, però, in casa Bossi il caffè non viene servito davvero, sostituito da un Crodino e qualche fetta di pane e salame. Insomma, racconta Roberto Calderoli, un vero e proprio «incontro tra amici, un’ora accanto al fuoco nel salotto di Umberto».
A casa Bossi ci sono anche il ministro delle Riforme, il portavoce di An Andrea Ronchi e la famiglia del Senatùr al gran completo. Fini si presenta con una stampa di Piranesi in regalo. Raffigura il tempio romano della Fortuna e la Bocca della verità. «Una scelta - spiega il vicepremier - che non è casuale». Si parla di politica, certo. Ma soprattutto si chiacchiera ricordando i vecchi tempi. «Abbiamo anche fatto qualche telefonata, una ad esempio a D’Onofrio, per scherzare un po’», dice Calderoli. Bossi è entusiasta per la devoluzione che mercoledì - salvo incidenti - avrà il via libera definitivo del Senato. «Siamo riusciti a far diventare l’Italia un po’ federalista», dice al leader di An. Che, da parte sua, ribadisce quanto fosse importante per il suo partito avere «garanzie assolute sulla necessità di riportare nella Costituzione il concetto di interesse nazionale». Insomma, dopo questo passaggio, «nella Casa delle libertà siamo ormai tutti convinti della bontà della riforma». Il Senatùr, poi, si è raccomandato per il voto di mercoledì, quando sarà necessario che tutta la Casa delle libertà si presenti a Palazzo Madama senza defezioni (i voti di margine sono poco più di dieci). Si parla anche della nuova legge elettorale e dell’avvicinarsi delle elezioni (e tutti e due concordano sul fatto che, «nonostante le difficoltà, si può ancora vincere»). Ma pure del disegno di legge sulle droghe a cui tiene molto Fini. Un provvedimento - spiega - che «dobbiamo approvare entro la fine della legislatura, se necessario ponendo la fiducia». Bossi, che sia prima che dopo la malattia ha più volte avuto degli incontri con madri di tossicodipendenti, è da sempre sensibile al problema e assicura «l’appoggio della Lega».
Sono le 15.15 quando i due si salutano. «L’ho trovato bene, la ripresa c’è. Per me - racconterà Fini in serata a margine di un comizio a Milano - era doveroso recarsi a salutare un uomo che in tanti facilmente hanno contestato, ma che ha dimostrato di concepire la politica non come un mestiere o un modo per far soldi ma come una passione». Bossi e Fini si salutano sulla porta con un abbraccio. «Ci rivediamo presto», dice il leader di An pensando forse al voto sulla devoluzione di mercoledì, quando il Senatùr dovrebbe presentarsi al Senato per la «festa».