La via della vita

L’appello di Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare, a Giorgio Napolitano affinché sia riconosciuto il suo diritto di morire è straziante e io, che non la penso come lui, so bene che mi sarebbe difficile, davanti a quest'uomo, sostenere le mie posizioni. Del resto, non so nemmeno quali pensieri mi passerebbero per la testa se mi trovassi in una situazione analoga alla sua. Forse anche a me verrebbe voglia di dire: facciamola finita, per favore. Quello che so, però, è che avrei intorno amici diversi dai suoi. Nemmeno loro mi obbligherebbero a tenermi tenacemente attaccato a una vita che, forse, nemmeno a me sembrerebbe più tale. Sono certo, tuttavia, che mi direbbero parole diverse, ricordandomi con discrezione che cos'è questa vita che amiamo, cosa la rende tanto bella e amabile.
Prima, tuttavia, bisogna dire quello che non va in questa storia. Innanzitutto, le storie sono due. Una riguarda il caso personale di Welby, l'altra la battaglia civile che dal caso Welby prende spunto. È lo stesso Piergiorgio Welby (che è, ricordiamo, co-presidente dell'associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica) a presentare le due storie come se fossero una sola. Ma non è così. L'attenzione viene immediatamente spostata dalla realtà della sofferenza, una vicenda umana viene usata, proprio usata, ai fini di una propaganda ideologica.
Anche il modo di diramare il comunicato, con un video che lo mostra in tutto lo spettacolo (che non è, scusate tanto, la realtà) della sua sofferenza atroce e la voce sintetizzata al computer ha qualcosa di orribile, ma orribile soprattutto perché costruito, calcolato, misurato. C'è, dunque, una finzione il cui scopo è quello di riportare al centro del dibattito civile la questione dell'eutanasia. Su questo punto è bene essere chiari e semplici perché l'ipocrisia non può essere ammessa.
Il cuore del contendere si fonda sul seguente dilemma: i padroni della nostra vita siamo noi, oppure la vita è un dono? Dalle parole di Welby (un po' letterarie) si capisce che per lui la vita è un dono. Poi però la sofferenza è tale che la vita smette di essere un dono, è solo una condanna. Ma una volta giunti al dibattito civile, bisognerà scegliere una delle due vie.
Se la società (opportunamente manovrata) decide che io sono il padrone della mia vita, posso naturalmente avvalermi del diritto a non interrompere la mia esistenza, ma lo farò solo in base a una convinzione privata, a un parere: il parere che la vita è sacra. Ma sarà sempre un parere privato, senza nessuna pretesa di verità. La regola pubblica si fonderà, infatti, sul principio opposto.
Ma, una volta deciso che la vita è nostra proprietà, che la si può volere e disvolere, una volta deciso che non è un dono gratuito, che non è una porta aperta sul mistero, chi potrà fermare la marcia del più forte? Dove porremo il limite alla sperimentazione genetica? Chi potrà dire «fin qui si può, da qui in avanti non si può»?
Io non voglio essere obbligato ad accettare il principio che la vita mi appartiene. Lo dico non solo da cristiano, lo dico anche come narratore. Scendendo nel cuore dei fatti che raccontiamo, i casi sono due: o sperimentiamo la loro inconsistenza originaria, oppure sperimentiamo la tenacia della realtà, la sua irriducibilità a tutte le nostre teorie.
Chi sostiene che noi siamo i padroni della nostra vita si fonda sulla prima alternativa, alla quale è stato dato un nome preciso: nichilismo. Bene, io non sono nichilista. Nessuno può dirmi che devo accettare l'inconsistenza della vita salvo poi precisare che, personalmente, privatamente, ritengo che la vita sia una bellissima cosa. Questa sarebbe una buffonata, perché una volta detto «sì» al principio le persuasioni personali sono paglia e fumo.
Welby può chiedere di morire, e io sinceramente non so se abbia torto, a titolo individuale. Se però mi trovassi nella sua condizione, so che i miei amici mi ricorderebbero che la verità della vita non muta di un punto né di una virgola anche se dalla mia difficile condizione non la si capisce più. Vorrei ricordare che in Italia esistono cinquemila malati di distrofia laterale: cinquemila persone che, diversamente da Welby, vogliono continuare a vivere. I parenti e gli assistenti di queste persone devono spendere centinaia di euro al giorno per sostenere le cure dei loro cari malati. Lo Stato non si fa nessun carico di queste situazioni. Mi domando dunque se la voce di un solo Welby, per quanto forte, debba trovare ascolto mentre nessuno si preoccupa di quei cinquemila.
Certo, staccare la spina costa meno che sostenere l'onere di una cura molto costosa. Scusate il cinismo, ma è così. Ma Lei, Presidente Napolitano, che nella risposta a Welby ha mostrato tutto il suo equilibrio e la sua saggezza, non dimentichi l'appello muto, il grido ignorato di tutti quelli che, anziché morire, vogliono vivere.