VOGLIA DI BIPOLARISMO

Ho la convinzione che il dibattito sul «grande centro» - qualcuno ha scritto enfaticamente d'una bomba lanciata da Mario Monti nello stagno agostano - sia lontano mille miglia dai veri interessi degli italiani. Piacciono molto, questi esercizi bizantini, a un numero ristretto - esito a usare il termine élite - di addetti ai lavori. La gente invece si preoccupa d'altro: non per fatua indifferenza ai problemi nazionali, ma perché pensa che gli autentici problemi del Paese siano in questo momento altri.
Il Palazzo si scalda per le formule istituzionali e politiche, l'uomo della strada ha imparato a sue spese che quelle formule sono dei contenitori, senza dubbio importanti, ma che più importanti ancora sono i contenuti: ossia la sostanza della vita italiana, i suoi indici economici, sociali, morali. La questione di Fazio e delle scalate bancarie, la questione degli scioperi nei servizi pubblici, la questione delle esportazioni calanti, la questione degli sprechi statali e regionali interessano molto più di questo discettare su bipolarismo o non bipolarismo. Anche perché una forte maggioranza di italiani ha - su questo dilemma - idee molto precise, e più volte ribadite.
Gli italiani vogliono il bipolarismo: che non è un toccasana senza difetti, che in Italia fatica a funzionare regolarmente, ma che sembra loro un antidoto decisivo contro i mali di cui ha sofferto la prima Repubblica. Nessuno vuol negare a quella stagione storica i meriti che ebbe: a cominciare dalle scelte di libertà, in economia e nelle alleanze internazionali, che hanno consentito il «miracolo» degli anni cinquanta. Sono scelte sempre valide. Nel nome di quelle scelte possiamo essere indulgenti verso una gestione del potere che ha affossato i conti pubblici e generato inefficienza amministrativa e corruzione. Capisco che tanti degni notabili di quel tempo - o i loro epigoni del nostro tempo - rimpiangano il mezzo secolo in cui trionfarono le tecniche compromissorie e consociative della «balena bianca». Ma sono tecniche di cui i cittadini non vogliono più sapere. Preferiscono la chiarezza, o di qua o di là.
Apprezzo la capacità con cui il professor Monti ha ricoperto l'incarico di commissario a Bruxelles, ma il «grande centro» è una faccenda di casa nostra che deve in primis - per fare un po' di strada - piacere agli elettori. Con tutto il rispetto, non credo che l'avallo del professor Monti riuscirà a convincerli. A mio avviso l'idea del professore - giudico a spanne, non essendo un esperto di manovre politiche - ha un difetto fondamentale. È, pur non confessandolo, nostalgica e dunque vecchia, ma con la pretesa d'essere una grande novità, addirittura una «bomba nello stagno». Monti ha raccolto adesioni prevedibili in quegli schieramenti - come 1'Udc o come l'Udeur - che hanno profonde radici diccì, e che facendosi forti del loro blasone sono insofferenti verso i capicordata. Ma è roba da minoranze e da iniziati, roba che affascina i frondisti della Casa delle libertà o i rissanti dell'Unione, con i loro giochetti sulle primarie dei don Vitaliano e compagnia. Coloro che iniziati non sono rifuggono da questo azzeccagarbuglismo e la pensano in modo chiaro: non un grande centro assemblatore e restauratore, ma un bipolarismo più autentico, più netto, più risoluto dell'attuale. Secondo me Mario Monti può essere assai più utile al Paese mettendo al suo servizio un'esperienza di altissimo livello, piuttosto che lanciando sul mercato della politica merce che, come diceva quel tale, ha del nuovo e del buono: ma il buono non è nuovo e il nuovo non è buono.