Volano stracci con Di Pietro Lotta continua sulla Bindi

In casa Pd ci si scontra ancora sul caso Bindi, dopo le furibonde polemiche sulle unioni gay, e ci si lambicca sulle future alleanze: Casini sì, Di Pietro no, Vendola forse. Ma tra i dirigenti del partito cresce di ora in ora la consapevolezza che di qui a poche settimane tutte le chiacchiere potrebbero stare a zero: la crisi drammatica che sta investendo la zona Euro e il rischio di nuovi attacchi speculativi nel pieno dell'estate avranno un inevitabile impatto sulla politica, azzerandone tutti gli scenari e i giochi.
Lo ha sintetizzato bene Franco Bassanini, oggi presidente della Cassa depositi e prestiti, al convegno dei filo-montiani del Pd venerdì scorso: «Altro che agenda Monti, nella prossima legislatura sarà necessaria un'agenda Monti al quadrato per reggere alla crisi». E il corollario inevitabile è che - comunque vadano le elezioni politiche - dopo il voto è assai probabile che, volente o nolente Bersani e l'ala sinistra democrat, si torni a maggioranze emergenziali e a larghe intese di «salvezza nazionale», ieri apertamente invocate da più parti del Pdl, e per le quali tifa anche un'ala consistente del Pd. Uno scenario che rende sempre meno probabile che si tengano le primarie.
Ne è convinto anche Tonino Di Pietro, che teme di diventare l'agnello da sacrificare sull'altare dell' intesa con Pier Ferdinando Casini, e dunque alza strumentalmente i toni contro Napolitano, e minaccia il Pd: «A queste condizioni l'Idv non ci sta più, siamo noi che ce ne andiamo». In verità, confidano i suoi, l'ex pm è in grande allarme: non solo sa bene che il Pd ha fretta di scaricarlo e di mandarlo da solo alle elezioni (con la speranza che Idv venga spolpato elettoralmente dal movimento grillino) ma è anche convinto che in pentola stia bollendo una mini-riforma della legge elettorale che tarpi le ali alle forze minori: «Mi hanno detto che faranno di tutto per escogitare un sistema che faccia fuori noi e 5 Stelle», dice, sorvolando sul fatto che nei sondaggi le percentuali attribuite al comico genovese sono incomparabili con le sue. Ieri la capogruppo dei senatori Pd Anna Finocchiaro è stata perentoria: ha definito Di Pietro un «incendiario» e un «irresponsabile» per i suoi attacchi al Colle, sancendo che «non è neppure pensabile» un'alleanza con lui. Concetti ribaditi sia dalla sinistra di Stefano Fassina («L'Idv è incompatibile con una grande forza progressista di governo») come dagli ex Ppi.
Non è chiarissimo come Bersani pensi di tenere insieme gli altri due alleati che vorrebbe, ossia Vendola e Casini, che da giorni si scambiano male parole e veti reciproci. Il leader di Sel pone infatti una condizione chiara per stringere un patto col Pd: «Al centro dell'alleanza ci deve essere la non continuità con Monti», e si congratula con Bersani che assicura che «le scelte dell'esecutivo non sono quelle che faremmo noi». Ma è sulle unioni gay che si continua a litigare, tra centro e sinistra. Vendola attacca pesantemente Casini e il suo «vocabolario violento» e «rozzo» sui diritti civili; Bersani usa toni duri: «Casini non ci faccia ricatti, né su Vendola né sulle unioni gay». Casini risponde piccato che «sui temi eticamente sensibili non diamo e non accettiamo ultimatum».
Ma dentro il Pd è sempre il caso Bindi a tenere banco: dopo essere stata oggetto di una contestazione di piazza alla festa dell'Unità, la presidente del Pd ha dovuto fare marcia indietro e accettare la linea del segretario che vuole le unioni civili sul modello tedesco (ossia equiparate al matrimonio). Ma promette battaglia su un altro fronte: «Nessuno mi rottamerà», proclama rivolta ai tanti che chiedono al Pd di mandarla in pensione dopo 23 anni in parlamento. «Non credo che il Pd pensi di non darmi la deroga dai tre mandati: me la darà, e lo motiverà in modo trasparente», assicura. «Bindi si metta l'anima in pace: stavolta chiederemo che non ci siano deroghe», le risponde l'ex Ds Matteo Ricci, giovane presidente della provincia di Pesaro. «La politica si può fare anche da fuori del Palazzo». E l'europarlamentare Debora Serracchiani punta un'altra poltrona: «Sono pronta a fare il governatore del Friuli Venezia Giulia».