La prima volta nel '92: allora il presidente gli soffiò la presidenza della Camera

Roma - «Passa Napolitano, Rodotà sdegnato se ne va e lascia le cariche». Sembra cronaca fresca ma è di 21 anni fa. C'è una specie di Duel sotterraneo che divide/unisce Giorgio Napolitano a Stefano Rodotà, entrambi ex Pci ma di aree e stili molto lontani. Si sono sfidati direttamente, in un altro voto alla Camera, nel giugno '92, quando Montecitorio scelse il suo nuovo presidente, e anche lì il Garante (come lo chiamano in famiglia), battuto appunto da Giorgio Napolitano grazie ad un accordo tra Pds, Dc, Psi, Psdi e Pri, non la prese benissimo. Anche perché a preferire Napolitano non fu solo il Psi di Craxi («Napolitano è un parlamentare di grande esperienza e di indubbio prestigio personale») ma soprattutto il Pds di Occhetto e D'Alema, partito di cui Rodotà aveva accettato la presidenza («L'indipendenza lo spinse a diventare presidente del Pds senza essersi mai iscritto», ricorda Buttafuoco nel suo Dizionario dei nuovi italiani).

Alla fine, come in un film che si ripete, visto il veto socialista su Rodotà il Pds optò per Napolitano, e il professore accusò i dirigenti pidiessini di «ipocrisia», lasciando irrevocabilmente la vicepresidenza della Camera, adombrando anche la possibilità di rinunciare al mandato parlamentare e di riflettere «sul modo e sul dove continuare» (restò deputato). «Ho registrato un sostanziale veto del Pds alla mia candidatura e il nascondersi della Dc dietro questo atteggiamento, i mille realismi che hanno guidato le mosse del Pds. Si tratta di una partita con un finale annunciato da molti giorni, e del quale ero ben consapevole. L'ho giocata per vedere se era possibile prendere sul serio le molte cose che si dicono sulla nuova politica. Penso di aver dato un piccolo contributo alla «politica in pubblico» alla quale sono da sempre affezionato. A qualcuno non è piaciuto. Una piccola schiera di imbecilli ha ridotto tutto a una fame di poltrone che, se fosse esistita, molti erano pronti a saziare con ragguardevoli bocconi», non certo il professore. Fu soprattutto D'Alema a tessere la tela per un presidente pidiessino della Camera, e visto l'impossibilità di far nominare Rodotà, fu lui a trattare con Dc, Psi, Psdi, Pli e Pri, per Nilde Iotti o Napolitano. Pura logica politica, ma che lasciò molto amareggiato Rodotà.

La casella della presidenza di Montecitorio si era aperta con l'elezione di Oscar Luigi Scalfaro al Colle. Era proprio Scalfaro il presidente della Camere, di cui Rodotà, oggi candidato dei grillini come nuovo anti-sistema, era il vicepresidente, nonché presidente dell'assemblea che votò il nuovo capo dello Stato. In Parlamento ci era entrato nel 1979, insieme a quei notabili e accademici chiamati dal segretario Pci Berlinguer come testimoni della società civile nel Palazzo.

Nel '94 Rodotà non si ricandida, torna all'insegnamento, ma dalla politica ottiene poco dopo, nel ‘97, una poltronissima, quella di primo presidente dell'Authority della Privacy, 450mila euro l'anno di stipendio. Ma sono più le poltrone che ha rifiutato di quelle che ha preso, fa capire il Garante: «Ho rifiutato diverse offerte – spiegò all'Espresso - Una volta mi chiamò Prodi dalle Nazioni Unite chiedendomi di fare il commissario della Federcalcio, amo molto lo sport, a malincuore dissi di no». Ma quella volta non fu colpa di Napolitano.