A volte ritornano

Milano L’avevamo lasciata pochi mesi fa, all’inseguimento della ’ndrangheta. Dei boss pronti a giungere le mani davanti alla Madonna di Polsi e a spartirsi il business del mattone nell’hinterland milanese. Dei colletti bianchi con un piede nella pubblica amministrazione l’altro nelle ’ndrine. Delle famiglie dall’albero genealogico più lussureggiante di una foresta: ramificazioni al Sud, fronde ombrose al Nord. Cimici, microspie, pedinamenti. Ilda Boccassini è così da una vita: un segugio implacabile. Oggi la ritroviamo alle prese con le propaggini istituzionali del caso Ruby. Ci mancava solo lei, in questa storia. È arrivata. Per scelta del procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, scrivono i retroscenisti di Repubblica.
Dai Papalia e dai Barbaro e dagli Strangio, al capo di gabinetto della questura Piero Ostuni e al commissario capo Giorgio Iafrate. È stata lei ad interrogarli. Per sviscerare una storia la cui protagonista è una ragazzina marocchina un po’ sbandata. Una cubista che in primavera finisce in via Fatebenefratelli per un furto. E resta negli uffici della polizia per i controlli di routine. Certo, c’è di mezzo una telefonata con palazzo Chigi, ma la Procura di rito ambrosiano si era già organizzata per investigare, ricostruire, dipanare. E invece no: riecco Ilda la rossa. Procuratore aggiunto e coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Milano, insomma, il numero uno nella lotta alle cose nostre che intossicano l’economia legale dopandola con i capitali sporchi della droga e del traffico d’armi. Qui, per la verità, non si vedono i bigliettoni degli Al Capone mimetizzati nelle villette di Corsico e Buccinasco, ma i profili di Lele Mora o di Emilio Fede, i cristalli di Swarovski, i gioielli di Bulgari e i saloni altrettanto scintillanti di Arcore. Non siamo appunto nelle cripte tenebrose della criminalità organizzata, ma più modestamente nel backstage di Apicella. E siamo appunto dalle parti dei rapporti di polizia, delle relazioni di servizio, delle informative scritte con il linguaggio pedante e noioso dell’apparato burocratico.
Ma sì, ci confrontiamo con i solerti funzionari della questura, i loro mattinali e, volendo, con la modella brasiliana che si accapiglia. E, a farsi travolgere dalle vertigini investigative, con l’igienista dentale.
Di Ilda Boccassini ricordiamo ben altre performance. Gli esordi, in anticipo sui tempi, quasi profetici, a scostare il mantello nero che la criminalità organizzata ha steso sulle periferie del Nord. Poi, dopo la Duomo connection, la caccia agli assassini del suo amico Giovanni Falcone sulla latitudine di una procura difficile come Caltanissetta e quindi, di ritorno al nord, la gestione, colma di polemiche ma anche di straordinari spunti investigativi, della seconda fase di Mani pulite. Quella post ’94, ormai orfana di Di Pietro. Quella delle prime, clamorose intercettazioni a un gruppo di magistrati romani, quella dei conti sfuggenti fra la Svizzera e il Lussemburgo di un manipolo di avvocati al centro di trame romanzesche dai nomi altisonanti: Imi-Sir, Mondadori, Sme. La Boccassini duella per la vita, come in un celebre racconto di Conrad, con Cesare Previti, interroga Silvio Berlusconi, esplora i rapporti fra affari e politica. Insegue pacchi di dollari, cerca le connessioni fra bonifici bancari e sentenze sospette, stabilisce un rapporto di solidarietà con il teste Omega, al secolo Stefania Ariosto, la contessa che, con i suoi contestatissimi racconti, è stata utilizzata come una combinazione per entrare nel mondo berlusconiano. Sono battaglie durissime che segnano un’epoca.
Ilda Boccassini rappresenta la frontiera avanzata della lotta al crimine. E al crimine puro ritorna negli ultimi tempi, dando la caccia alle famiglie calabresi che hanno riprodotto l’alveare mafioso in Lombardia, a mille chilometri e più dalle terre d’origine. Ora, l’ennesimo colpo di scena: si torna ad indagare sugli apparati dello Stato, ma non ci sono bombe né complotti e neppure dev’essere analizzata quella terra di nessuno al centro di infinite, torbide manovre fra i difensori della Repubblica e i suoi nemici. Non ci sono terzi livelli, non ci sono gnomi della finanza seduti davanti allo schermo di un computer, non ci sono coppole, lupare e bazooka. E neppure cupole, summit e cerimonie d’iniziazione. No, al massimo c’è una telefonata controversa, e poi ci sono i rapporti dei poliziotti chiamati a ricostruire quella notte di maggio. Una storia affidata in automatico alla Procura ordinaria per reati ordinari. Una vicenda che ora finisce fra le mani di Ilda Boccassini e della procura antimafia. Manco fosse la Ruby connection.