Yara e la sua mamma che non si arrende mai «Chi ha visto, ora parli»

Passassero cento anni o cento secoli, la mamma di Yara sta sempre là, allo stesso punto, al novembre del 2010, quando in una gelida serata qualcuno le portò via la sua creatura e di fatto decretò l'inizio dell'irrisolvibile tormento. È una donna di silenzi, la signora Maura. Ma non sono i silenzi della bonacciona, sono i silenzi del giusto. Quando è il caso, quando è il momento, il giusto si fa sentire. Questo è un momento così. Sono passati tre anni esatti da quella sera, sono passati tre anni di indagini mastodontiche, spesso sofisticate, spesso sgangherate, con il solo risultato di definire colpevole il figlio illegittimo, ma ignoto e fantasma, di un autista sepolto in valle Seriana. Poco, poco e vago, per una madre che non sa chi e perché le abbia ammazzato come un cane l'angelo di casa. E allora eccola rialzare il sommesso grido: «Chi sa qualcosa parli. So che tutti stanno profondendo il massimo sforzo per risolvere questo caso, ma evidentemente fino ad ora non è bastato. Io e mio marito viviamo sospesi nella paura che quanto successo a Yara possa ripetersi per mezzo della stessa mano».
Nelle cronache più tremende di questi anni abbiamo assistito a diverse reazioni nelle famiglie insanguinate dai delitti. Abbiamo visto il padre di Erba perdonare subito gli assassini, esprimendo la forza di Giobbe davanti alla prova più pesante. Spesso si è registrato l'umanissimo bisogno di superare, di andare oltre, possibilmente di dimenticare. Con la mamma di Yara siamo di fronte invece alla ferita inguaribile, sì, passassero pure cento anni o cento secoli. La signora Maura non ha attenuato niente, non ha rimarginato niente, non ha superato niente. Non ha rimosso niente. Il bisogno di trovare e castigare l'assassino più infame non è un bisogno di vendetta: è un ancestrale bisogno di giustizia. Soltanto la giustizia vera, prima umana, in seguito divina, può riuscire in qualche modo a chiudere il cerchio della disperazione. «Viviamo in attesa di un dettaglio, di una telefonata che ci permetta tra l'altro di dare risposte agli altri nostri figli. Viviamo nella speranza che anche dopo tre anni chi ha visto, ha sentito o è venuto a conoscenza di qualcosa, persino un particolare considerato irrilevante, si faccia avanti senza paura».
Nelle altre immani tragedie del privato italiano, dopo tutto, i familiari delle vittime si sono ritrovate un indizio, un sospettato, un volto o più volti: così per Sarah Scazzi, così a Garlasco, così nel caso interminabile di Meredith. In queste storie poi si apre l'atroce dilemma se considerare colpevole un possibile innocente, o se considerare innocente un possibile colpevole. Ma è una macerazione diversa. C'è qualcosa e qualcuno sui quali concentrare i pensieri, orientare le proprie idee, bilanciare i propri giudizi. Per Yara invece non c'è proprio nulla, da tre anni eterni: la nebbia di quella sera non si è mai dissolta, non ci sono nomi, non c'è un'ipotesi, non c'è nient'altro che vuoto. Ammettiamolo: quello della piccola Yara è il classico caso che il tempo, inesorabilmente, tende a seppellire sotto due dita di polvere, di stanchezza, di rassegnazione. Può essere così per tutti, ma non sarà mai così per la signora Maura. Passassero cent'anni o cento secoli, sarà sempre pronta ad uscire dal silenzio per scuotere il torpore generale. Pronunciate con il volto stravolto di una Madonna addolorata, le sue parole risuonano nell'universo come una pietosa nenia materna: «Attendiamo con ansia che il responsabile di questo atroce gesto, capace di provocarci il più terribile dei lutti, sia finalmente assicurato alla giustizia e messo in condizione di non nuocere più».
In questa storia ci sono due giganti, collocati agli antipodi estremi nella scala che divide bene e male. Da una parte c'è lei, dall'altra c'è l'essere umano che da tre anni riesce a vivere in una casa qualunque, in un paese qualunque, tra gente qualunque, portando impunemente il peso della propria atrocità. Come riesca nell'impresa non risulta poi così incredibile: è il gigante del male, il signore di tutte le tenebre.