«Per interpretarlo, ho dovuto detestarmi»

Alcuni buoni film, l’accademia d’arte e tanta tivù, con Ris e Distretto di Polizia, ma d’ora in poi Stefano Pesce potrà vantare anche lo scontro-confronto con uno dei drammi più ostici della letteratura del Novecento. È infatti l’attore bolognese ad interpretare con forza e follia il tramonto tragico del Caligola, figura passionale, schizoide e umana tratteggiata da Albert Camus e scelta dal Meeting per l’inaugurazione dell’edizione 2010. Un personaggio reso da Pesce con forza inattesa, con sguardo insieme robusto e rovente, con voce inquieta e farneticante …
Pesce lei ha accettato l’invito del Meeting per dare carne al Caligola di Camus: quale è la forza di questo testo?
«È una tragedia che parla dell’uomo, dei suoi drammi e della sua ricerca della felicità. Nel suo desiderio infinito Caligola desidera la luna come metafora di un compimento totale, non importa se poi questa tensione lo conduca a pensare che l’unica libertà sia quella che si raggiunge in punto di morte. Direi quindi che è un testo con una estrema forza di contemporaneità: questo ne fa un classico e come tale l’ho approcciato».
Quindi è più una riflessione sull’uomo che sul potere?
«Esatto, perché il potere è solo un pretesto semantico, uno strumento estremo in mano all’uomo. Il vero obiettivo di Camus in questa sua opera è parlare del destino umano, della felicità. Al centro del testo c’è la necessità inestinguibile della ricerca e questo accomuna noi all’autore, il pubblico agli attori, il passato al futuro, chi detiene il potere e chi lo subisce».
E lei cosa ha scoperto calandosi nei panni dell’imperatore romano?
«Che quest’opera richiede un’interpretazione molto faticosa…».
Dal punto di vista «fisico»?
«No, non nel senso muscolare, ma nel senso che è un’opera che ti costringe a una fatica intima e personale. Bisogna avere il coraggio di iniziare ad indagare aspetti terribili dell’animo umano, passare per la paura e per il disprezzo, che è la cosa che più mi ha colpito. Il protagonista ad un certo punto afferma meditabondo “anche nella mia anima c’è vigliaccheria”. Ecco, l’attore per dare carne al Caligola deve arrivare a sentire questo stato d’animo, detestare, detestarsi, disprezzarsi. Non è per niente facile, ve l’assicuro».
Sta dicendo che per entrare in quest’opera occorre superare il tecnicismo?
«Guardi che il tecnicismo non vince mai: è la commozione che vince sul palco. Il tecnicismo per un attore è sempre una barriera protettiva. Ma qui occorre superare la barriera e allo stesso tempo interrogarsi su di sé, visto che dentro tutti gli uomini c’è il desiderio di andare oltre le cose contingenti, le menzogne, l’amore deleterio, le cose e la vita vissuta come possesso. Fare l’attore richiede sempre una forte dose di coraggio, ma Camus va oltre le solite misure».
Questo Caligola lascerà tracce nelle sue prossime interpretazioni?
«Qualsiasi cosa abbia fatto, sia stato lavorare con Verdone o con Ronconi, dopo mi sono portato dietro l’esperienza fatta, perché è un pezzo in più della vita. La maturità di un attore si vede dal suo sguardo, che esprime sempre quel brandello di sentimento in più che uno ha afferrato. In questo senso credo che un fremito di Caligola rimarrà sempre nel mio sguardo…».