«Interrogate Agca sul rapimento Orlandi»

da Roma

Mentre in Italia la notizia della sua scarcerazione - prevista giovedì a mezzogiorno - ha riaperto interrogativi su misteri e retroscena dell’attentato in piazza San Pietro e della scomparsa di Emanuela Orlandi, la sorte che potrebbe attendere Ali Agca non appena varcata la soglia del penitenziario Kartel Maltepe è assai più prosaica. L’ex lupo grigio che attentò alla vita di Giovanni Paolo II rischia infatti d’essere reclutato per il servizio militare di leva al distretto di Pendik, cui riuscì a scampare a suo tempo. L’unica speranza di farla franca è riposta nella soglia massima di 41 anni, che il 47enne Agca ha abbondantemente superato.
Se l’uomo che tentò di uccidere il Papa polacco finirà a far la «naia», se raggiungerà la madre malata nella città d’origine di Malatya o se passerà sotto le forche caudine del tribunale militare (che secondo fonti governative potrebbe accusarlo di renitenza alla leva o evasione da un carcere militare), lo sapremo nei prossimi giorni. Intanto dalla famiglia Orlandi e dall’ex giudice Ferdinando Imposimato arrivano segnali di speranza per ciò che Agca potrebbe dire sulla sorte della ragazza vaticana sparita nel giugno dell’83 e ancora al centro di un’inchiesta-stralcio pendente presso la Procura di Roma. «La giustizia italiana avrebbe la possibilità di chiedergli informazioni precise sugli autori del sequestro - dice Imposimato -, perché Agca sa chi rapì Orlandi allo scopo di ottenere la liberazione» dell’attentatore del Papa. Il quale ha promesso che dopo la scarcerazione avrebbe collaborato con la giustizia, cosa che a Pietro Orlandi (fratello della ragazza scomparsa, convinto della pista del terrorismo internazionale) fa ritenere il «ritorno in libertà dell’ex lupo grigio» potenzialmente «decisivo per il caso di Emanuela». Di diverso avviso il legale di famiglia, Massimo Krogh: «La posizione di Alì Agca, a questo punto, mi sembra superata - afferma -. Non credo proprio che egli abbia qualcosa da aggiungere».
Accanto a chi spera per le possibili «rivelazioni» di Agca, c’è chi - come Ilario Martella, il magistrato che indagò sulle sue complicità nell’attentato - è convinto che l’ex terrorista turco corra «un serio pericolo», per «aver chiamato in causa altre persone per quell’atto criminale». Rosario Priore, ex giudice istruttore capitolino, giudica questo «il momento migliore perché Agca faccia una scelta coraggiosa e dica come andarono le cose». Intanto la commissione Mitrokhin, che al tentato omicidio di piazza San Pietro ha dedicato una lunga serie di audizioni, ha acquisito dal Viminale il fascicolo sul «complice» Oral Celik (anch’egli ex lupo grigio), del quale si sarebbero perse le tracce.
Ali Agca, prossimo a tornare un uomo libero, ha fatto sapere tramite il suo avvocato, Mustafa Demirbag, d’esser contento anche per «la dichiarazione del cardinale Tonini, secondo il quale se Giovanni Paolo II fosse vivo, sarebbe molto felice della sua scarcerazione». Monsignor Stanislaw Dziwisz, che di Papa Wojtyla è stato a lungo segretario, promette tramite il suo portavoce che ad Agca non farà «mai mancare le mie preghiere personali», nella certezza che «per lui, dal cielo, prega anche Giovanni Paolo II». Joaquin Navarro Valls ha intanto ribadito al Tg1 che la Santa Sede «si rimette alla decisione dei tribunali coinvolti». Il presidente della Camera Pierferdinando Casini ha ricordato dai microfoni di Telepace, l’emittente vaticana, che il Papa polacco «non influenzò il processo che si fece a questo delinquente turco, ma rispettò l’ordinamento dello Stato che si basa sul diritto e garantisce pene per i delitti». Enzo Fragalà, capogruppo di An in Commissione Mitrokhin, non ha dubbi: «Quel giorno, in piazza San Pietro, Agca agì per conto dei sovietici».