Interrogatorio-fiume per la Cracchi e la Procura adesso convoca Delbono

SOTTO TORCHIO La donna non ha cambiato versione e continua a smentire l’ex compagno

BolognaTutti a discutere della data del voto (che si allontana ancora), dei ritardi delle dimissioni del sindaco, delle schermaglie tra destra e sinistra. Il polverone è talmente alto che ha avvolto quasi del tutto un dettaglio invece non trascurabile: Flavio Delbono stava pensando di ritirare le dimissioni su sollecitazione di tre assessori, tutte donne, cioè Luisa Lazzaroni, Milena Naldi e Nicoletta Mantovani (la vedova di Luciano Pavarotti). I sindaci hanno 20 giorni per rendere definitivo l’abbandono e il primo cittadino della Dotta sembrava tentato alla marcia indietro. C’è voluto tutto il peso del Pd felsineo per indurlo a mettere la parola fine sul caso. L’altra sera, davanti alla minaccia di essere addirittura sfiduciato in consiglio comunale dalla sua maggioranza, ha firmato una nota in cui afferma che il passo indietro era irrevocabile.
Il Pd che chiude Delbono in un vicolo cieco e lo caccia senza ripensamenti è il segno di quanto sia malmessa la sinistra emiliana. L’incubo di ripercussioni sulle elezioni regionali toglie il sonno a Vasco Errani e compagni. Ma soprattutto avanzano le indagini del pm Morena Plazzi, che progressivamente smentiscono quanti considerano questa faccenda lo scivolone di un dongiovanni impenitente o una piccolezza da quattro soldi (pubblici). Gli inquirenti approfondiscono i due filoni emersi nelle ultime settimane e rimasti sottotraccia nella prima fase delle indagini, quella conclusasi con una richiesta di archiviazione rigettata dal gip Giorgio Floridia. I due filoni sono il bancomat e i viaggi in Bulgaria, vicende in cui si intrecciano i rapporti tra Delbono e l'imprenditore Mirco Divani, compagno di «salsicciate» che ottenne forniture dalla Regione senza appalti e regalò al vicepresidente della Regione stessa una carta bancaria che Delbono girò alla fidanzata-segretaria e bloccò quando la storia d’amore ebbe fine. Quello che emerge a poco a poco non è la goliardata di un amministratore allegro, ma assai di più, che preoccupa profondamente il sistema di potere che regge l’Emilia-Romagna dal dopoguerra.
Ieri Cinzia Cracchi è stata interrogata per quasi otto ore. È la terza volta che viene sentita in Procura da indagata. Il pm Plazzi l’ha messa a confronto per quasi un'ora con l'assessore Lazzaroni, presente ad alcuni dei recenti incontri tra i due ex compagni. Il magistrato cercava conferme a quello che i tabulati telefonici già dicevano con chiarezza: ovvero che era stato Delbono a cercare la Cracchi, al contrario di quanto il sindaco dimissionario aveva sempre sostenuto («era lei a farsi viva, voleva ricucire»). Lo scorso giugno, appena scoppiato lo scandalo alla vigilia del ballottaggio, lui la chiamava, le mandava sms teneri nonostante avessero rotto la relazione un anno prima. «Ricordati i momenti belli passati insieme, stai tranquilla, io comunque ti aiuterò»: con queste parole, tra l’altro, Delbono invitava la sua ex a tenere un profilo basso.
Tra dicembre e gennaio, mentre la situazione giudiziaria precipitava, le chiamate non sono cessate e «sempre per iniziativa di Flavio che insisteva per vedermi», ha ripetuto Cracchi anche ieri. I due si sono incontrati cinque volte, tre in pubblico in un bar di via Gramsci (vicino al luogo di lavoro di lei) e due a casa di Emanuela Gallo, responsabile dell’ufficio legale del Cup, il centro di prenotazione medica dove Delbono aveva piazzato Cinzia finita la loro love story. Appuntamenti in cui Delbono avrebbe ripetuto le pressioni perché lei ammorbidisse i toni, promettendole altri aiuti e consegnandole denaro (due buste con cinquemila euro). Gallo è già stata sentita una volta come persona informata dei fatti e la prossima settimana verrà ascoltata di nuovo, probabilmente accompagnata da un avvocato. Verrà convocato anche Delbono.
L’interrogatorio di ieri ha confermato la discordanza tra le versioni di Delbono e della Cracchi. L’ex sindaco dice che fu un contributo per le spese sostenute da lei per il divorzio, mentre Cinzia nega di avere ricevuto denaro. L’assessore Lazzaroni ha confermato di aver consegnato le buste alla Cracchi ignorandone però il contenuto. Uno di questi incontri sarebbe avvenuto a fine 2008 e l’altro nell’autunno 2009, quando il gip non aveva ancora ordinato il supplemento di indagini. All’uscita dalla Procura, Cinzia Cracchi è apparsa serena: «La mia verità è una e sempre quella», ha detto ai giornalisti.