Interventi limitati ai casi estremi

Il caso Welby si sta trascinando in maniera pessima: tra la via giudiziaria per demandare alla magistratura una ipotetica soluzione, la minaccia di «staccare la spina» da parte dei radicali come ultimo atto di disobbedienza, l'inerzia di un governo incapace di decidere.
Abbiamo riflettuto e discusso sulla vicenda di Piergiorgio Welby nel nostro fare quotidiano di volontari che hanno imparato dai malati di cancro, compresi quelli terminali, il valore del sollievo, fisico e spirituale. Del resto: i volontari hanno sempre offerto ai malati il loro cuore e il loro cervello e hanno lottato con grande determinazione perché anche nel nostro Paese venissero adottate negli ospedali (dove il processo di penetrazione è però piuttosto lento), ma soprattutto a domicilio dei malati e negli Hospice (purtroppo ancora pochi, soprattutto nel Sud Italia), le terapie per il controllo del dolore e le cure palliative. Per lunghi e bui anni, infatti, il dolore è stato considerato un corollario sintomatico della malattia stessa. Ma oggi siamo di fronte a un problema nuovo e diverso: la richiesta di malati coscienti che rifiutano di continuare a vivere per interposta macchina e che vogliono affrontare il trapasso nell'oblio. Ci sembra sbagliato ridurre le sollecitazioni che essi ci pongono a una questione di eutanasia sì o no.
Siamo convinti che a Welby, ai tanti Welby, si debba rispondere con l'unico strumento che abbiamo: la politica. Invitiamo quindi il governo a percorrere il più rapidamente possibile una via legislativa che chiarisca i termini dell'accanimento terapeutico, ma a condizione che tale complessa materia venga ristretta ai soli casi in cui l'accanimento sia riscontrabile e accertabile sul piano legale, clinico, etico. Il concetto di accanimento terapeutico ha infatti confini assai ambigui, tanto è vero che il suo divieto non è codificato dalla legge ma dal codice di deontologia medica. Tale saggia decisione non deve essere scavalcata da nuove definizioni giuridiche onnicomprensive.
Pensiamo pertanto a una normativa che autorizzi i medici a operare ad assecondare la volontà esclusivamente di quei malati la cui sopravvivenza dipende dall'essere collegati alle macchine, in una forma chiara e lampante di forzatura terapeutica. Una forzatura che può e deve essere praticata visto che regala ancora vita al malato, alle persone che lo amano e se ne prendono cura. Ma che trova un limite nel consenso del malato stesso.
Ci sono precedenti legislativi in grado di supportare la normativa ad hoc che caldeggiamo. Si tratta della legge sui trapianti del 1975 (varata tra accese polemiche, anche di parte religiosa, ma oggi da tutti condivisa) che decostruisce il circuito naturale vita-morte profondamente messo in crisi dal progresso tecnologico che consente il dono degli organi dei morti per salvare i vivi. Quella legge stabilisce innanzitutto che per autorizzare il prelievo degli organi vada accertata l'assenza di respirazione spontanea. E prevede anche il riscontro da parte di un collegio medico legale di «atonia muscolare, ariflessia tendinea, indifferenza dei riflessi plantari», manifestazioni morbose che si riscontrano anche in Welby. Naturalmente il vivente per interposta macchina è affatto diverso dalla persona in coma profondo su cui praticare un espianto. Il malato alla Welby può pensare, pregare, decidere, ma ha bisogno di entrare in un stato di coma profondo. E questo rafforza la sua facoltà di scegliere quando e come sottrarsi alla forzatura terapeutica. Una legge pietosa e rigorosa, subito, è quello che auspichiamo, in cui una commissione medico-legale accerti che la volontà del soggetto che chiede gli venga «staccata la spina» sia espressa formalmente e senza equivoci.