Intervista ad Ottavio Missoni: "Una vita di successi ma il più grande si chiama Rosita"

Atleta, stilista, gentiluomo. Oggi festeggia i 90 anni: "Amo mia moglie, da sempre"

«Sì son mi» dice utilizzando in un colpo solo la bella cadenza veneta che non ha perso neanche passando gran parte della vita a Sumirago, in provincia di Varese e l'anagramma del suo cognome creato tra l'altro da un grande enigmista come Piero Bartezzaghi. Ottavio Missoni detto Tai è ancora alto, bello, dritto e simpatico come quando era il portabandiera della squadra italiana alle Olimpiadi di Londra del 1948 e, vedendolo sfilare una ragazza di nome Rosita Jelmini si disse «Ecco l'uomo che sposerò». Quella stessa sera i due si sono incontrati sotto la statua di Cupido in Trafalgar Square, cinque anni dopo si sono sposati e stasera festeggiano in 90 anni di lui: atleta, stilista, artista e imprenditore ma soprattutto marito, padre e nonno.
11/2/11: non trova sia una data perfetta per un compleanno memorabile?
«Se i numeri servono a qualcosa quest'anno c'è un bell'equilibrio. Ma pensi se fossi nato in novembre, ancora meglio no?».
Ci si danno degli obbiettivi alla sua età?
«Mai dati neanche a vent'anni, ho sempre cercato di risolvere bene la singola giornata. Sette giorni fanno una settimana, quattro settimane diventano un mese e dodici mesi un anno. Se nella vita riesci a mettere insieme una serie di belle giornate, sei a cavallo. Guardi che non è una riflessione matematica, semplicemente non voglio ipotecare il futuro, mi trovo bene così».
È il segreto della felicità?
«Non so. Credo che la felicità sia data dalle piccole cose, quelle che contano solo per te e per chi ti vuole bene. Certo sono felice di essere arrivato a 90 anni in salute e circondato dalla mia famiglia. Ma la cosa più bella è non dare fastidio a nessuno, essere ancora autosufficiente».
Cosa fa per mantenersi in forma?
«Niente di particolare. Mi esercito sempre, questo sì, sono abituato fin da quando ero ragazzo. Prima ero bravo a correre, adesso cammino e poi nuoto. Però c'è la salute del cervello che è un'altra cosa. Ci tengo molto. La vecchiaia è una brutta malattia che si può curare, ma non guarire. Se sei in salute può anche essere una bella stagione della vita, però dura poco».
Come fa a dirlo vista la sua età?
«Il saggio è un fanciullo che si duole di esser cresciuto».
Cosa pensa della morte?
«Non ci penso. So che arriverà perché arriva per tutti. Ho visto morti serene e morti incazzate. Spero che la mia sia serena come quella di mia madre che non ha mai chiesto un bicchier d'acqua a nessuno e mi ha cresciuto nel culto dell'autosufficienza. "Non dar fastidio" era il suo motto e oggi è il mio. Ho un fratello di 95 anni che vive a Roma e sta bene di testa ma non di gambe. Fino a due anni fa andava in giro, usciva per andare a prendere il giornale, faceva due passi e parlava con la gente. Adesso non può più e io penso che la mancanza di autonomia renda ancora più triste la vecchiaia».
Cos’è la vecchiaia per lei?
«Picasso alla stessa domanda ha risposto che la vecchiaia è quando ti pisci in strada. Io spero ci sia un po' più di poesia. La vecchiaia è il momento ideale per uscire dalla competizione, per smettere di cercare conflitti, per arrabbiarsi meno. Ecco, quando leggo i giornali alla mattina continuo ad arrabbiarmi. E allora penso a Epicuro che diceva che per star sereni bisogna star lontani dalla prigione degli affari e della politica. Aveva proprio ragione».
Legge molto?
«La lettura è stata una cosa basilare nella mia vita. Penso sia come l'amicizia: costa poco e ti da tantissimo. Con una spesa di dieci euro puoi permetterti il lusso di passare una serata con il signor Voltaire: un vero miracolo. E poi i libri ti fanno capire quanto cambiamo. Li leggi a vent'anni e ti sembrano una cosa, a 40 un'altra e a 90 un'altra ancora. Magnifico. Da giovane non amavo Conrad. Avevo in casa due capitani di mare con mio padre e mio fratello, per cui figuriamoci se potevano interessarmi altre avventure marinare. Adesso rileggendolo trovo che sia uno dei più grandi scrittori di lingua inglese?».
Lei era un atleta ai massimi livelli dove trovava il tempo per leggere?
«Essere sportivi non significa essere allergici ai libri. E poi dimentica che sono stato prigioniero di guerra per quattro anni dopo El Elalamein. Un mio compagno di prigionia era stato allievo di non so più quale filosofo famoso però a Tobruk aveva preso un po' di bombe in testa per cui alla scuola per analfabeti del campo pretendeva di spiegare la critica della ragion pura invece dell'ABC. Insomma io non ero uno studente modello a casa, ma son sempre stato curioso di tutto».
Si ritiene fortunato?
«Secondo la media di quel che vedo in giro e succede al genere umano dovrei dire di sì. Credo però che la fortuna vada aiutata. Per esempio non ho mai perso al gioco, ma non ho neanche mai giocato».
La cosa più bella che le sia capitata nella vita?
«Non saprei dire. La vita è una sequela di fatti alcuni belli, altri meno. A me affascina la casualità di questi fatti. Se penso di essere sposato da 57 anni con una donna che ho conosciuto sotto la statua di Cupido in Trafalgar Square, penso che il caso sia una cosa meravigliosa».
Dicono infatti che sia il nome di Dio quando vuole agire in incognito…
«Sia quel che sia, ma di sicuro non è un caso se il mio matrimonio è durato: tutto merito di Rosita. Quando mi hanno fatto cavaliere del Lavoro ho subito detto che dovevano dare l'onorificenza a lei perché ha avuto il grande merito di far lavorare me».
Lei ha fatto grandi cose nello sport, in famiglia e sul lavoro. Qual è stato il suo successo più grande?
«Sono un vecchio senza padroni e spero di non aver rotto le scatole a nessuno».